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Luce ultravioletta contro il coronavirus? Un’idea da approfondire

Ci sono evidenze della sua efficacia contro virus e batteri, ma anche possibili rischi per le persone esposte. UniboMagazine ne ha parlato con Alberto Credi, professore al Dipartimento di Chimica Industriale "Toso Montanari" e presidente del Gruppo Italiano di Fotochimica

Il professor Alberto Credi, Dipartimento di Chimica Industriale "Toso Montanari", Università di Bologna
Alberto Credi, professore Unibo e presidente del Gruppo Italiano di Fotochimica


Lampade ultraviolette da installare magari sulle pareti o sui soffitti di uffici, negozi, bar e ristoranti per combattere la diffusione del coronavirus. È un’ipotesi di cui si sta parlando da qualche settimana, anche alla luce di un nuovo studio realizzato alla Columbia University che dimostrerebbe l’efficacia di un tipo particolare di radiazioni UV contro virus e batteri presenti nell’aria.

Ma potrebbe funzionare anche per il coronavirus SARS-CoV-2? E quali sono i possibili rischi per le persone esposte a queste radiazioni? UniboMagazine ne ha parlato con il professor Alberto Credi, ordinario al Dipartimento di Chimica Industriale "Toso Montanari" dell’Università di Bologna e presidente del Gruppo Italiano di Fotochimica.

Professor Credi, la luce ultravioletta può essere uno strumento utile nella lotta contro il coronavirus?
È un’idea valida e condivisibile che merita di essere approfondita, anche perché le lampade che emettono luce UV sono semplici ed economiche. Ci sono però diversi aspetti da tenere bene in considerazione come la tipologia di luce ultravioletta utilizzata, l’intensità e la durata dell’esposizione, perché queste radiazioni possono essere pericolose per la nostra salute.

Quali sono le diverse tipologie di radiazioni ultraviolette?
L’energia della radiazione ultravioletta è più alta di quella della luce visibile, ma più bassa di quella dei raggi X. All’interno di questo spettro ci sono tre tipi di radiazioni, distinti in base alla lunghezza d’onda: UV-A, UV-B e UV-C. Possono tutte provocare rischi per l’uomo associati a malattie cutanee. La luce solare, principale fonte di radiazione ultravioletta, è non a caso il più diffuso agente cancerogeno ambientale a cui gli esseri umani sono abitualmente esposti. Fortunatamente, l’ossigeno e l’ozono presenti nell’atmosfera ci proteggono dalla radiazione UV-C e quasi del tutto da quella UV-B, lasciando passare soltanto una parte di quella UV-A.

C’è una tipologia in particolare che potrebbe essere efficace contro il coronavirus?
La radiazione di tipo UV-C è nota da tempo per i suoi effetti germicidi ed è già ampiamente utilizzata a tale scopo in ambienti non abitati. Un recente studio della Columbia University ha dimostrato che particolari lunghezze d’onda nel campo UV-C sono in grado di inattivare anche particelle del virus dell’influenza A, nel sottotipo H1N1, presenti nell’aria. Bisogna ora capire se lo stesso risultato si può ottenere anche nel caso del famigerato SARS-CoV-2.

Le lampade UV sono già utilizzate a scopo germicida, ma in ambienti non abitati


Quali sono i possibili pericoli di questa particolare radiazione per la salute umana?
Sappiamo che la sovraesposizione alle radiazioni UV-C artificiali, in gran parte delle lunghezze d’onda, ha effetti dannosi per la pelle e per gli occhi: si può andare da una moderata irritazione cutanea o oculare fino ad eritemi e dolorose irritazioni della cornea note come fotocheratiti. Fortunatamente si tratta di effetti transitori, ma le conseguenze dell’esposizione a queste radiazioni sull’uomo vanno sempre valutate con grande attenzione. Non a caso le lampade germicide devono essere utilizzate solo se non vi sono rischi di esposizione per le persone.

C’è quindi una possibile soluzione sicura?
Lo studio della Columbia University ha mostrato che radiazioni UV-C con lunghezza d’onda di 207 o 222 nanometri, in dosi opportune, sono in grado di inattivare efficacemente virus e batteri senza danneggiare la pelle. Questo perché gran parte di queste radiazioni vengono assorbite, cioè bloccate, dagli strati più esterni della pelle. Basta però spostarsi a lunghezze d’onda leggermente più alte perché la radiazione UV-C diventi pericolosa. Le comuni lampade germicide, ad esempio, emettono radiazioni di lunghezza d’onda compresa fra 250 e 290 nanometri.

Quali sono allora i passi da compiere per avere una luce ultravioletta in grado di inattivare il coronavirus in presenza di persone?
Innanzitutto, bisogna capire se gli effetti ottenuti su altri virus e batteri valgono anche per il virus SARS-CoV-2. Poi saranno necessarie verifiche fuori dal laboratorio: in ambienti chiusi molto frequentati la concentrazione del virus può essere elevata e per questo potrebbe essere necessario aumentare i tempi di irradiazione, aumentando di conseguenza anche l’esposizione per le persone. Infine, ma non certo meno importante, bisognerà considerare i possibili effetti sui bambini, sugli anziani e per tutti i soggetti che sono più esposti perché presentano una condizione di assottigliamento cutaneo.

Anche la luce solare contiene raggi ultravioletti. Il sole, quindi, può uccidere il coronavirus?
Sì, uno studio molto recente ha dimostrato che l’esposizione alla luce solare è in grado di inattivare rapidamente il SARS-CoV-2 depositato su superfici lisce: se invece la superficie contaminata è porosa, la luce potrebbe non raggiungere il virus penetrato nei pori. Questi esperimenti indicano che la luce solare può avere un effetto disinfettante, e suggeriscono che la persistenza del virus su superfici all’aperto sia notevolmente inferiore rispetto a quella su superfici indoor. Con l’estate in arrivo, è una buona notizia.