Mentre nella grande sala risuonano arie della tradizione classica italiana, uno dei più grandi maestri calligrafi cinesi viventi – Luo Qi – trascrive i colori e i movimenti della musica su un foglio di carta di riso lungo dieci metri, utilizzando i simboli del primo sistema di notazione musicale attestato in Cina. È lo spettacolo che andrà in scena mercoledì 17 giugno, al secondo piano di Palazzo d’Accursio, nell’ambito della mostra “Oltre l’inchiostro: nuovi orizzonti della calligrafia cinese contemporanea”.
Ospitata fino al 5 luglio alle Collezioni Comunali d’Arte, “Oltre l’inchiostro” racconta le mille forme possibili della calligrafia cinese nell’arte contemporanea: con più di 40 artisti e oltre 55 opere, è la prima esposizione di questo genere in Europa. Ad idearla è stata Adriana Iezzi, professoressa al Dipartimento di Interpretazione e Traduzione dell’Alma Mater e coordinatrice del progetto ERC “WRITE - New Forms of Calligraphy in China: A Contemporary Culture Mirror”. Con lei abbiamo parlato di Cina e della sua antica tradizione calligrafica, di rivoluzioni e avanguardie, e di come l’atto della scrittura possa creare connessioni tra Oriente e Occidente.
Professoressa Iezzi, da dove nasce l’arte della calligrafia cinese?
I cinesi si identificano profondamente nella loro forma di scrittura, che ha una storia lunghissima. I caratteri che venivano scritti in epoca Shang, cioè durante la prima dinastia cinese attestata, oltre tremila anni fa, sono sostanzialmente gli stessi che vengono utilizzati ancora oggi, pur se hanno subito modificazioni formali sostanziali. C'è quindi una valenza culturale fondamentale nell’utilizzo del sistema di scrittura cinese e nella sua trascrizione in forma calligrafica.
E come si diventa artisti calligrafi?
È un percorso che inizia molto presto, già dai 6 anni, e continua per tutta la vita. Bisogna apprendere i diversi stili della scrittura cinese e studiare i testi degli antichi maestri, ovvero i capolavori della calligrafia cinese, che devono essere riprodotti centinaia di volte, per apprendere la gestualità dei maestri calligrafi del passato. Una bella calligrafia nasce dal controllo del pennello, dallo spessore delle linee, dalla dinamicità del tratto e dal contrasto tra il segno nero e il foglio bianco: c’è una profonda idea filosofica alla base di quest’arte.
Che tipo di idea filosofica?
È il concetto di yin e yang, nero e bianco, che è alla base anche del taoismo. Il tratto nero e lo spazio bianco devono coesistere e creare insieme un qualcosa di armonico. Perché gli spazi bianchi del foglio hanno la stessa importanza della traccia nera di inchiostro. La difficoltà estrema dell'arte calligrafica è riuscire a fare proprio questo: creare delle calligrafie che siano perfettamente armoniche. Non solo: nella calligrafia tradizionale i testi trascritti devono essere delle poesie, per collegarsi alla storia letteraria e all'identità culturale cinese. Quindi il calligrafo deve essere anche un poeta.
C’è un ruolo quindi anche identitario e politico dei calligrafi?
Certamente. Per entrare a far parte del governo dell'impero, bisognava superare un esame legato alla conoscenza della letteratura classica e alla trascrizione dei testi letterari. Bisognava quindi saper scrivere bene: l'esame veniva fatto con un pennello e l'inchiostro. Gli imperatori erano calligrafi, e anche Mao Zedong era un calligrafo e un poeta: alcune delle sue riforme politiche sono state accompagnate dal cambiamento del suo stile calligrafico.
Tante delle opere che si possono vedere in “Oltre l’inchiostro” sono però lontane da questa tradizione armonica e “in bianco e nero”. Cos’è successo?
A partire dagli anni ’80 del secolo scorso c’è stata una vera e propria rivoluzione nell’arte calligrafica cinese. Dopo l’epoca maoista, con la riapertura della Cina al resto del mondo, sono arrivate le influenze delle avanguardie artistiche giapponesi e di quelle occidentali. I giovani artisti cinesi hanno quindi iniziato a sperimentare: con l’uso dei colori, con nuovi supporti e nuovi formati. E, a partire da queste prime sperimentazioni, la calligrafia ha poi iniziato a dialogare con altre forme artistiche come l’arte performativa, la musica, i graffiti e le arti decorative e applicate.
Anche l’aspetto poetico e letterario quindi è cambiato profondamente.
Alla base di questa trasformazione dell’arte calligrafica, soprattutto negli ultimi decenni, c’è la volontà di creare un’arte che sia internazionale, che possa parlare a tutti, anche oltre i confini della Cina. Per questo, tante sperimentazioni hanno finito per oltrepassare il significato linguistico e concentrarsi invece sul significato estetico del tratto calligrafico. È un aspetto che emerge molto chiaramente nella mostra: sono tutte opere che si possono apprezzare benissimo senza conoscere la lingua cinese.
Ma com’è nata questa sua passione per la calligrafia e per l’arte cinese?
Sembra strano, ma tutto è nato dallo studio del greco antico, al liceo classico. Sono rimasta subito affascinata dal rapporto tra il tipo di scrittura e la cultura connessa a quell’alfabeto. Quindi quando ho scoperto i caratteri cinesi, mi sono detta: voglio studiare questa lingua, perché chissà quale cultura straordinaria nasconde. E quando ho scoperto che in Cina la calligrafia è la forma artistica per eccellenza, capace di unire scrittura, arte e letteratura, ho capito che quello era il tema su cui volevo specializzarmi.
Al centro di tutto, insomma, c’è sempre la scrittura.
Per me la scrittura ha avuto sempre un'importanza fondamentale, anche personale. Tracciare un segno è lasciare una traccia di sé. Credo che ci sia qualcosa di taumaturgico in questo: scrivere ci fa sentire di essere delle persone, degli esseri umani. Lo si capisce bene nelle performance di calligrafia, come quella di Luo Qi che vedremo il 17 giugno. Osservare l'artista in azione significa entrare un po' nel suo mondo, perché la sua gestualità e la sua espressività lasciano un segno: un deposito visibile di qualcosa che è invisibile, impercettibile, cioè quello che l'artista sta pensando e che sta provando.