Unibo Magazine

Le misure di semplificazione sull’approvazione e l’utilizzo dei pesticidi che gli organismi politici e i paesi membri dell’Unione Europea stanno discutendo rischiano di indebolire la valutazione del rischio ambientale, con conseguenze negative sulla protezione della biodiversità e sulla salute umana. È l’allarme lanciato sulla rivista Science da un gruppo internazionale di studiose e studiosi nel campo dell’ecologia, delle scienze agrarie e del monitoraggio ambientale.

La proposta – nota come pacchetto “Omnibus X” – nasce nell’ambito dell’agenda di semplificazione della Commissione europea e ha già ottenuto un primo via libera dal Consiglio UE. L’obiettivo è semplificare norme e procedure sull’approvazione e il controllo dei pesticidi e altri prodotti chimici, oltre ai controlli sui mangimi e sul benessere degli animali.

UniboMagazine ne ha parlato con Fabio Sgolastra, professore al Dipartimento di Scienze e Tecnologie Agro-Alimentari dell’Alma Mater, tra gli autori dell’intervento pubblicato su Science.

Professor Sgolastra, quali sono le vostre preoccupazioni su questa proposta europea?

La proposta nasce con un obiettivo condivisibile: accorciare i tempi e ridurre gli aspetti burocratici legati al processo di approvazione per la commercializzazione e l’utilizzo di nuovi prodotti fitosanitari. Già oggi, però, la normativa europea su questo tema ha una serie di punti deboli e questo nuovo pacchetto di semplificazioni rischia di amplificarli ulteriormente.

In che modo?

Uno degli aspetti più preoccupanti è la proposta di eliminare il rinnovo periodico delle autorizzazioni. Oggi, infatti, per molte di queste sostanze viene concessa un’autorizzazione di dieci anni, al termine dei quali devono essere fatti nuovi controlli di valutazione del rischio. Con la nuova proposta, invece, l’approvazione diventerebbe a tempo indeterminato, a meno che non emergano evidenze di particolari effetti negativi. Ma se non vengono fatti monitoraggi sistematici dopo la messa in commercio della sostanza, diventa impossibile far emergere eventuali conseguenze negative.

Il sistema attuale ha provocato però lunghi periodi di attesa per ottenere il rinnovo delle autorizzazioni.

Questi ritardi sono dovuti prima di tutto alla mancanza di personale. L’EFSA, l’autorità europea per la sicurezza alimentare, ha stimato che con un investimento di 15 milioni di euro si potrebbero smaltire tutte le richieste di rinnovo accumulate: si tratta di una cifra molto modesta se consideriamo che l’industria chimica spende anche centinaia di milioni di euro per sviluppare una singola sostanza attiva e portarla fino al mercato.

Voi sottolineate anche che le aziende possono scegliere in quale paese presentare la richiesta per ottenere le autorizzazioni necessarie. Perché è un problema?

Il pacchetto Omnibus introdurrebbe un sistema di autorizzazione basato su un’unica zona, anziché sulle attuali tre zone geografiche. Oggi le aziende possono presentare la richiesta di autorizzazione all’interno di una determinata zona per commercializzare una nuova sostanza in uno qualunque dei paesi dell’Unione Europea di quella zona. Ogni paese ha la sua autorità di controllo e la decisione di tale Stato si applica poi all’intera zona. Ma ci sono paesi che fanno valutazioni più stringenti e altri che fanno valutazioni meno stringenti: questo crea delle evidenti disparità nelle procedure di valutazione del rischio.

Quali altri punti deboli vedete nel sistema attuale di valutazione del rischio?

Sono diversi. Per cominciare, c’è il tema delle “specie modello”, che vengono utilizzate per la valutazione del rischio di un nuovo pesticida. Tra gli impollinatori, ad esempio, la specie modello è l’ape da miele, ma questa non è una specie veramente rappresentativa: ci sono migliaia di altri insetti impollinatori molto diversi tra loro. Per una valutazione del rischio efficace servirebbe invece identificare e utilizzare le specie potenzialmente più vulnerabili: in questo modo, proteggendo gli organismi più vulnerabili, siamo sicuri di proteggere anche tutti gli altri. E vanno tenuti in considerazione anche gli effetti subletali.

Ovvero?

I controlli oggi si basano sui dati di mortalità che questi prodotti possono provocare, ma non tengono conto di altri effetti come alterazioni fisiologiche o comportamentali. Tornando all’esempio dell’ape da miele, ci sono alcuni prodotti che, pur non essendo letali, danneggiano la capacità delle api di orientarsi e tornare all’alveare. Questo è un effetto subletale molto grave, perché un’ape che non è in grado di ritrovare l’alveare non potrà sopravvivere a lungo. In generale, il tema della valutazione degli effetti reali, sul campo, di queste sostanze è uno dei più delicati.

In che senso?

Ad esempio, oggi la valutazione del rischio viene fatta solo sui singoli pesticidi, isolando singolarmente ogni prodotto. Ma sappiamo che nell’ambiente sono spesso diffuse più sostanze contemporaneamente. Per questo è importante che i dati su quali e quanti prodotti vengono utilizzati siano messi a disposizione della comunità scientifica, in modo tale che sia possibile valutare e controllare anche gli effetti delle combinazioni di prodotti più diffuse.

Quello della trasparenza dei dati è un altro aspetto che sottolineate nel vostro intervento.

Già oggi le aziende agricole devono registrare i prodotti che utilizzano nei loro campi, ma questi dati sono sostanzialmente inaccessibili. E lo stesso vale per le aziende: i dati che presentano per ottenere il via libera alla commercializzazione di nuovi prodotti non sono pubblici, mentre sarebbe importante dare alla comunità scientifica la possibilità di fare controlli e valutazioni indipendenti.