Unibo Magazine

L’Università di Bologna ha conferito oggi a Kelly Chibale il Dottorato di ricerca ad honorem in Scienze Biotecnologiche, Biocomputazionali, Farmaceutiche e Farmacologiche. Dal laboratorio di chimica dello Zambia alla fondazione, in Sudafrica, del centro di ricerca H3D, dedicato alla scoperta e allo sviluppo di nuovi farmaci e alla formazione di ricercatrici e ricercatori africani: il professor Chibale ripercorre le tappe del suo percorso scientifico, guidato dalla convinzione che la ricerca debba essere in grado di trasformare le proprie scoperte in un beneficio concreto per i pazienti.

Professor Chibale, Lei è partito dallo Zambia e ha costruito una carriera scientifica internazionale. Cosa l’ha spinta a orientarsi verso la chimica e in particolare verso la ricerca di farmaci per malattie con un forte impatto sulle popolazioni africane?

Fin dal liceo ero affascinato dalle reazioni colorate e dalle trasformazioni che osservavo durante gli esperimenti di chimica. Studiando chimica all’Università dello Zambia, mi sono innamorato della chimica organica. Quando ci si innamora non è facile spiegare perché: semplicemente, succede. La trovavo, e la trovo tuttora, una disciplina affine al mio modo di pensare. Mi affascinava la possibilità di riconoscere i gruppi funzionali presenti in una molecola e comprenderne la reattività. Questo permette al chimico organico di sintesi di progettare nuove reazioni e nuove molecole con proprietà diverse, comprese quelle terapeutiche.

Nel 2010 ha fondato H3D (Drug Discovery Center) con l’obiettivo di portare la ricerca accademica africana fino alla scoperta di candidati farmaceutici pronti per essere testati sull’uomo e di formare una nuova generazione di scienziate e scienziati. Cosa mancava all’epoca e qual è stato l’impatto del centro sulla ricerca e sulla formazione scientifica in Africa?

Il Sudafrica aveva già una solida reputazione nella ricerca di base e negli studi clinici. La grande sfida era riuscire a trasformare le conoscenze generate dalla ricerca in nuovi farmaci capaci di salvare vite. Mancava un vero e proprio motore di ricerca traslazionale: una struttura in grado di portare le scoperte dal laboratorio alla loro trasformazione in candidati clinici e, potenzialmente, in farmaci.

H3D è nato per colmare il divario tra laboratorio e clinica e, allo stesso tempo, per formare scienziate e scienziati africani dotati delle competenze necessarie alla scoperta di nuovi farmaci. Il nostro approccio integra chimica, biologia, farmacologia e studio del metabolismo dei farmaci, insieme a solide competenze di gestione dei progetti secondo gli standard dell’industria.

Poiché è stato il primo, ed è tuttora l’unico, centro di questo tipo nel continente, è diventato il luogo in cui ricercatrici e ricercatori possono mettere a frutto le proprie competenze e formare la prossima generazione di studiose e studiosi.

Nel corso degli anni abbiamo compiuto progressi significativi, tra cui: la costruzione di un’organizzazione dedicata alla scoperta di nuovi farmaci composta da oltre 70 persone, attirando talenti scientifici sia locali sia internazionali; la creazione di diverse piattaforme tecnologiche; lo sviluppo di un solido portafoglio di ricerca in tre aree relative alle malattie infettive; la realizzazione di programmi di formazione rivolti sia a scienziate e scienziati di H3D sia a quelli di altre istituzioni africane; la costruzione di una rete globale di partner di ricerca e finanziatori; la raccolta di significativi finanziamenti per la ricerca.

Nel 2019 abbiamo inoltre istituito la H3D Foundation, attraverso la quale abbiamo promosso e guidato iniziative volte a replicare il modello H3D e ad ampliare l’ecosistema africano della scoperta di nuovi farmaci, così da poter beneficiare delle economie di scala.

Da questo impegno è nata nel 2023 la rete Grand Challenges African Drug Discovery Accelerator (GC ADDA), con un sostegno di 7,2 milioni di dollari da parte della Gates Foundation e di LifeArc. La rete collega oggi 8 Paesi africani, 22 istituzioni di ricerca e 32 membri che collaborano a quattro progetti di punta nel campo della scoperta di farmaci, con l’obiettivo di affrontare bisogni medici ancora insoddisfatti che riguardano i pazienti africani.

Oggi si parla della necessità di rendere la ricerca più internazionale e inclusiva. Lei ha dimostrato che è possibile costruire in Africa un centro capace di competere ai massimi livelli. Qual è la cosa più importante che il resto del mondo può imparare dall’esperienza di H3D?

La lezione più importante è che, per affrontare bisogni medici ancora insoddisfatti, è fondamentale condurre la ricerca e la scoperta di nuovi farmaci il più vicino possibile ai pazienti, nel loro contesto sociale e ambientale.

Esiste una relazione diretta tra le caratteristiche genetiche di una popolazione, l’ambiente sociale e fisico in cui vive e il modo in cui le malattie vengono trattate. È quindi importante che la ricerca tenga conto delle specificità della popolazione a cui i trattamenti sono destinati.

L’Università di Bologna Le conferisce il Dottorato ad honorem riconoscendo i risultati della Sua ricerca, ma anche la Sua capacità di formare una nuova generazione di scienziate e scienziati. Che consiglio darebbe ai giovani che vogliono intraprendere la carriera scientifica, in Africa o in qualunque altra parte del mondo?

Anzitutto, è importante la gratitudine. Abbiate un cuore grato e non date nulla per scontato. Ci possono essere molte ragioni per lamentarsi, ma vale sempre la pena fermarsi un momento e trovare qualcosa per cui essere grati. La gratitudine può esprimersi in molti modi, anche attraverso la capacità di sfruttare al meglio ogni opportunità, per quanto piccola possa sembrare.

Prima che ve ne rendiate conto, un’opportunità può portare a un’altra, e poi a un’altra ancora. Tutto può iniziare semplicemente dal fatto di aver saputo valorizzare al massimo un’occasione.

Serve costanza. Vivete un giorno alla volta, fate un passo alla volta e concentratevi su ciò che dipende da voi. In altre parole, focalizzatevi su ciò che potete controllare.

Infine, ricordate che non esiste una formula per il successo. Riconoscete e valorizzate il vostro talento, il dono unico che Dio vi ha dato. Definite voi stessi che cosa significhi per voi avere successo e non lasciate che siano gli altri a stabilirlo.

Avrete sempre dei critici e ci saranno persone che dubiteranno di voi. Vi diranno che cosa funziona e che cosa non funziona sulla base della loro esperienza. Ma si tratta solo della loro esperienza: nessuno ha sperimentato tutto ciò che c’è da sperimentare.

È quindi fondamentale ascoltare gli altri, imparare dalle loro esperienze, ma anche riconoscere il valore del proprio percorso e delle proprie possibilità.