“Operare nelle scuole primarie di Dar es Salaam ha significato entrare in un contesto educativo segnato da forti vulnerabilità, ma anche da una straordinaria densità di relazioni. Le scuole coinvolte non erano soltanto unità statistiche: erano luoghi concreti, con dirigenti, insegnanti, classi numerose, registri da ricostruire, calendari da rispettare, studenti presenti o assenti, famiglie spesso attraversate da difficoltà economiche e sociali. In questi contesti, anche raccogliere un dato richiede fiducia. Richiede tempo, mediazione, attenzione al linguaggio, rispetto delle routine scolastiche e capacità di non trasformare la ricerca in un peso ulteriore per chi lavora ogni giorno nella scuola”, sottolinea Pignataro.
Le remedial classes, rivolte alle studentesse e agli studenti più esposti al rischio educativo, hanno coinvolto 2.233 alunne e alunni nel 2024 e 2.165 nel 2025. Di questi 1.531 hanno partecipato in entrambi gli anni, mostrando che il supporto continuativo non è solo auspicabile ma concretamente praticabile.
I questionari rivolti a studentesse e studenti restituiscono, inoltre, un quadro lontano dagli stereotipi. Molti bambini e molte bambine esprimono il desiderio di studiare, costruire un futuro professionale e apprendere in ambienti più inclusivi. L’insuccesso scolastico, in questi contesti, non nasce dalla mancanza di motivazione, ma dalla difficoltà di trasformare quel desiderio in apprendimento quando mancano tempo, supporto, continuità e condizioni favorevoli.
La ricerca evidenzia anche il ruolo centrale degli insegnanti. Gli interventi di recupero risultano più efficaci quando sono accompagnati da percorsi di formazione e da metodologie che permettono di individuare precocemente le difficoltà di apprendimento.
“I divari possono ridursi quando vengono riconosciuti tempestivamente, quando il supporto è mirato, quando gli insegnanti sono accompagnati e quando la scuola dispone di dati utili per capire dove intervenire”, conferma Pignataro. “Il recupero scolastico dovrebbe diventare una componente ordinaria di una scuola capace di vedere prima chi rischia di restare indietro, e di restituire a quei bambini non solo accesso all’aula, ma condizioni reali per imparare”.