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Una delle più grandi tragedie della storia umana - l'arrivo della Peste Nera nel 1347 e le ondate di epidemie che si sono succedute fino al XVII secolo - ha innescato una rinascita spontanea delle foreste mediterranee, i cui segni sono leggibili ancora oggi negli anelli e nell'età di alberi vecchi di secoli.

Lo mostrano i risultati di uno studio – pubblicato su PNAS – realizzato a partire dalla datazione al radiocarbonio di due popolazioni di querce: il leccio (Quercus ilex) dell'Isola di Montecristo, che vive tra 100 e 500 metri di quota, e il rovere (Quercus petraea) del massiccio dell'Aspromonte, che si trova invece tra 1.100 e 1.800 metri sul livello del mare.

"Abbiamo visto che in entrambi questi ambienti, molto lontani e diversi tra loro, tra il 1400 e il 1650 si registra una concentrazione anomala di nuove nascite di alberi: un vero e proprio rewilding ancora rilevabile a distanza di molti secoli", spiega Alessandro Chiarucci, professore al Dipartimento di Scienze Biologiche, Geologiche e Ambientali dell'Università di Bologna, tra gli autori dello studio. "E la pandemia della Peste Nera, con il forte spopolamento del territorio che ha causato, è la spiegazione più plausibile per spiegare questo fenomeno".

Tra il 1347 e il 1350, tutta l'Europa viene duramente colpita dalla Peste Nera: sarà la prima di una serie di ondate epidemiche che si susseguiranno fino al Seicento. Si stima che circa un terzo della popolazione resterà vittima della malattia. Interi villaggi si svuotano, i campi vengono abbandonati, il pascolo e il taglio del bosco si riducono drasticamente. E dove l'uomo arretra, la natura riprende spazio.

Dopo la Peste Nera, sull'isola di Montecristo si registra un aumento inatteso di nuovi lecci

A Montecristo il fenomeno è molto rapido: tra il 1407 e il 1486, poche decine di anni dopo la grande epidemia, sull'isola si registra un aumento inatteso di nuovi lecci, favorito anche da una fase climatica più umida. Nel giro di un secolo, Montecristo si trasforma in quella "densa foresta" descritta secoli dopo nei resoconti ottocenteschi dei naturalisti che la visitarono.

In Aspromonte, invece, la storia è più lenta e più complessa. Qui il bosco di roveri aveva già sofferto un declino significativo tra il 1237 e il 1310, a causa dello sfruttamento intenso legato al pascolo. La ripresa dopo l'ondata di Peste Nera arriva quindi più tardi e si distribuisce su un periodo più lungo, ostacolata anche da un clima di montagna decisamente meno accomodante.

"Il fatto che due foreste, in condizioni ambientali così diverse, abbiano reagito allo stesso modo alla riduzione della pressione umana dimostra quanto gli ecosistemi mediterranei siano capaci di rigenerarsi spontaneamente, quando gli viene semplicemente lasciato lo spazio per farlo", commenta Chiarucci. "È una lezione di ecologia arrivata da lontano, ma tutt'altro che superata: proteggere le foreste antiche - e, dove possibile, restituire terreno alla natura - resta oggi uno degli strumenti più efficaci per la conservazione della biodiversità".

In Aspromonte, la ripresa delle foreste dopo l'ondata epidemica si distribuisce su un periodo più lungo
In Aspromonte, la ripresa delle foreste dopo l'ondata epidemica si distribuisce su un periodo più lungo

Lo conferma anche l’incredibile longevità di alcuni degli alberi analizzati. Sull'isola di Montecristo, infatti, i ricercatori hanno identificato un leccio che potrebbe avere tra 800 e 950 anni: si tratta della latifoglia sempreverde mediterranea più vecchia mai documentata. Un primato che supera di circa due secoli le stime precedenti. E anche in Aspromonte, non sono mancate le sorprese: il rovere più antico individuato ha un'età stimata tra 800 e 900 anni. Insieme, i due alberi rappresentano le angiosperme (piante a fiore) più longeve mai registrate nella fascia climatica temperata.

Gli studiosi fanno notare che questi alberi ultrasecolari non sono i più grandi della foresta. Anzi, spesso mostrano tronchi relativamente sottili, segno di una crescita lenta e costante nel tempo. La vera longevità, infatti, non dipende dalle dimensioni raggiunte, ma da caratteristiche più sottili, tipiche delle querce mediterranee: un legno particolarmente denso e resistente, meccanismi efficaci contro la siccità, e la capacità di rigenerare la chioma anche dopo danni severi.

"Gli alberi secolari sono un patrimonio inestimabile: archivi naturali di informazioni sugli ambienti del passato e preziosi centri di biodiversità e resilienza per il mantenimento di ecosistemi forestali funzionali", aggiunge Chiarucci. "E questi ecosistemi sono in grado di resistere e riprendersi anche dopo aver subito danni e pressioni ecologiche, a dimostrazione del fatto che la conservazione del territorio e il ripristino forestale sono meccanismi di conservazione efficaci".

La ricerca è stata coordinata dal prof. Piovesan dell'Università della Tuscia, e ha visto la partecipazione del Raggruppamento Carabinieri Biodiversità, del Cedad dell'Università del Salento, e dell’Università di Reno negli Stati Uniti; per l’Università di Bologna ha partecipato Alessandro Chiarucci, professore al Dipartimento di Scienze Biologiche, Geologiche e Ambientali. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista PNAS con il titolo “Ancient oaks reveal rewilding of Mediterranean forests after the Black Death”.

  • Alessandro Chiarucci

    Alessandro Chiarucci

    Alessandro Chiarucci è professore ordinario al Dipartimento di Scienze Biologiche, Geologiche e Ambientali. Botanico ed ecologo, si occupa dello studio della biodiversità in ambito macroecologico e biogeografico, con particolare focus sulle comunità vegetali e sul loro ruolo funzionale e strutturale negli ecosistemi terrestri.