Unibo Magazine

Una ricerca ha scattato una fotografia sulla realtà giovanile coinvolgendo un campione di circa 4.000 studenti delle scuole secondarie del riminese. Condotto in stretta sinergia con l'AUSL Romagna, lo studio ha visto in prima linea il Dipartimento di Scienze dell'Educazione "Giovanni Maria Bertin" dell'Università di Bologna (Campus di Rimini).

Ce ne parla la Prof.ssa Roberta Biolcati che, insieme alle colleghe Alessandra Albani e Federica Ambrosini, ha guidato l'equipe accademica.

Professoressa avete analizzato un campione molto vasto di circa 4.000 studenti. Qual è stato il contributo dato dal Dipartimento di Scienze dell’Educazione "G. M. Bertin" a questa ricerca?

Il contributo del Dipartimento di Scienze dell’Educazione “G. M. Bertin” è stato innanzitutto quello di costruire, insieme all'U.O.C. Dipendenze Patologiche dell’AUSL della Romagna, un impianto di ricerca che non riducesse la lettura dell'adolescenza alla sola lente del rischio o del disagio, ma riuscisse a coglierne la sua natura di fenomeno complesso, in cui si intersecano dimensioni psicoeducative, relazionali e sociali. 

La collaborazione è nata inizialmente da una piccola attività di ricerca commissionata dall’U.O.C. Dipendenze Patologiche di Rimini al nostro Dipartimento, ma si è rapidamente trasformata in un progetto biennale molto più ampio, co-progettato e costruito insieme, che ha visto ampliare le collaborazioni a diverse istituzioni, dalla sanità pubblica che coordina "Scuole che promuovono salute", ad alcuni operatori del progetto Circolando, alla neuropsichiatria infantile, e che ha coinvolto circa 4.000 studentesse e studenti delle scuole secondarie del territorio riminese.

A conferma di questo, l'ottima riuscita del Convegno del 14 maggio 2026, ospitato dal Campus di Rimini, che ha visto una partecipazione di circa 180 persone e il coinvolgimento di numerosi rappresentanti di servizi, istituzioni e enti del terzo settore. Dal punto di vista scientifico, il Dipartimento ha contribuito alla definizione del questionario, alla costruzione del disegno metodologico, alla somministrazione in aula, all’analisi statistica dei dati e soprattutto alla loro interpretazione in chiave psicologica ed educativa. Non ci interessava semplicemente misurare comportamenti, ma comprendere quali trasformazioni stiano attraversando oggi le adolescenze: il rapporto con il corpo, con il digitale, con gli adulti, con le emozioni, con la scuola e con i pari, con le attività di prevenzione in essere.

Credo che uno degli aspetti più interessanti sia stato proprio l’incontro tra competenze diverse: quelle sanitarie e preventive dell’AUSL e quelle educative, psicopedagogiche e sociali dell’Università. È questa integrazione che ha permesso di produrre una lettura meno parziale dei bisogni di salute emergenti.

La ricerca smantella molti cliché sugli adolescenti. Ci racconta un po’ cosa è emerso?

Sì, direi che uno dei risultati a mio avviso più interessanti è proprio questo: i dati restituiscono un’immagine dell’adolescenza più complessa rispetto a molti stereotipi correnti.

Innanzitutto, emerge una generazione mediamente “in salute”, anche parametrandola ad altri paesi europei. Certamente ci sono segnali importanti di vulnerabilità emotiva: oltre la metà del campione riferisce sintomi ansiosi di intensità rilevante e più di un terzo mostra difficoltà legate al tono dell’umore. Ma, contemporaneamente, vediamo anche ragazzi e ragazze che praticano sport, mantengono reti relazionali significative, cercano supporto e mostrano risorse emotive non trascurabili.

Un altro cliché che i dati decostruiscono riguarda il rapporto con il digitale. Spesso il dibattito pubblico tende a rappresentarlo come un problema, che può esporre al rischio di dipendenza. In realtà il digitale oggi è l’ambiente dentro cui gli adolescenti costruiscono relazioni, identità e appartenenze. Questo non significa negarne i rischi, che esistono, ma comprendere che non siamo davanti a una semplice “devianza tecnologica”: siamo davanti a una trasformazione profonda delle forme della socialità che va approfondita e compresa.

Anche sul tema delle sostanze emerge un quadro meno semplicistico. Il dato più rilevante non è tanto quello delle droghe illegali, il cui consumo rimane relativamente contenuto, quanto piuttosto la normalizzazione di alcuni comportamenti, soprattutto legati ad alcol, cannabis e ai nuovi prodotti a base di nicotina. Piccoli ma rilevanti numeri parlano di somatizzazione e di uso di farmaci senza prescrizione medica, da attenzionare.

Infine, i profili di rischio ci dicono che non esiste “l’adolescenza vulnerabile”. Le vulnerabilità assumono forme diverse a seconda dei contesti scolastici, del genere, del background migratorio, dell’età e delle traiettorie relazionali. Questo è forse uno degli elementi più importanti emersi dalla ricerca. In generale, sono più in difficoltà i più grandi: più si cresce e più diminuisce l'autostima corporea, aumentano le difficoltà relazionali, diminuisce la competenza emotiva, aumenta la solitudine, quasi ad indicarci che l'adolescenza, con le sue difficoltà, pone oggi tardivamente i suoi più "classici" compiti evolutivi.

Dall'indagine emerge il bisogno di integrare la peer education con esperti in aula su temi come l'affettività. Ci spiega questo passaggio?

Negli ultimi anni la peer education ha avuto un ruolo molto importante, soprattutto perché valorizza il protagonismo dei ragazzi e delle ragazze e favorisce processi di identificazione tra pari. Tuttavia, i dati della ricerca mostrano che oggi molti adolescenti chiedono anche altro.

Su temi complessi come affettività, sessualità, corpo, emozioni, consenso, identità relazionali e uso del digitale, emerge il bisogno di confrontarsi con adulti competenti, capaci di stare dentro la relazione educativa senza giudizio, ma anche senza delegare ai pari.

Questo non significa sostituire la peer education, ma integrarla. I ragazzi chiedono spazi di parola autentici, chiedono di toccare con mano, di fare esperienza concreta delle cose, di essere preparati alla “vita vera”, di confrontarsi con figure adulte che, a loro avviso, necessitano di formazione, in particolare genitori e insegnanti.

La ricerca mostra che molte fragilità non si esprimono attraverso comportamenti “eclatanti”, ma attraverso vissuti più silenziosi: ansia, solitudine, difficoltà relazionali. Per affrontare questi temi servono dispositivi educativi più articolati, continuativi e interdisciplinari, più orientati alla relazione che alla prestazione.

È emerso che i giovani cercano "adulti competenti" e un confronto autentico. Come si possono formare figure educative all'altezza di questa richiesta?

Credo che questa sia una delle grandi sfide educative contemporanee.

Oggi gli adolescenti intercettano molto rapidamente l’autenticità degli adulti. Non cercano figure perfette o “autorevoli” nel senso tradizionale del termine; cercano adulti presenti, coerenti, che non si spaventino e mostrino di reggere gli urti della complessità del sociale.

Per questo la formazione educativa non può limitarsi alla trasmissione di competenze tecniche. Occorre lavorare anche sulla capacità di costruire relazioni, di leggere i contesti, di sostenere la complessità emotiva e sociale che attraversa le nuove generazioni. L'ideale sarebbe mettere a disposizione delle figure adulte formazioni che utilizzino maggiormente dispositivi gruppali dove poter fare esperienza di relazione e di condivisione, al di là dell’apprendimento di contenuti o di strategie didattiche. 

Come Dipartimento lavoriamo molto sulla dimensione interdisciplinare: formazione psico-pedagogica, antropologica, sociale e territoriale. Perché oggi educare significa saper stare dentro reti complesse — scuola, servizi, famiglie, territorio, digitale — e costruire alleanze educative e reti relazionali.

Un altro aspetto centrale riguarda la formazione continua. I cambiamenti nelle adolescenze sono molto rapidi e richiedono adulti che continuino a interrogarsi, a formarsi e a mettersi in discussione. In questo senso università, scuola e servizi dovrebbero lavorare sempre più come comunità formative integrate. Con l'IA e la velocità delle trasformazioni ci ritroveremo tra due anni a dover modificare ancora la nostra lettura delle cose.

Il progetto è il frutto di due anni di sinergia con l'Ausl Romagna. Quanto è importante per voi questa collaborazione come esempio concreto di "Terza Missione”? E quali gli sviluppi futuri?

Per noi questa esperienza rappresenta un esempio virtuoso e concreto di Terza Missione universitaria.

La ricerca non è rimasta chiusa tra le mura dell’università; è nata da un bisogno reale del territorio ed è tornata al territorio sotto forma di strumenti di lettura, confronto e progettazione condivisa, in grado accompagnare le trasformazioni culturali e sociali.

Lavorare insieme all’AUSL della Romagna, alle scuole, ai servizi e agli enti del territorio ha significato costruire una ricerca situata, capace di far riflettere e interrogare le responsabilità adulte, e forse ha contribuito a orientare e/o dare ancoraggio alle politiche educative, prevenzione e servizi per le giovani generazioni già in atto.

Credo che questo sia il senso più profondo della Terza Missione: non soltanto trasferire competenze, ma costruire processi condivisi tra università e comunità.

Gli sviluppi futuri vanno proprio in questa direzione. L’obiettivo non è fermarsi alla restituzione dei dati, ma utilizzare quanto emerso per co-progettare interventi educativi, percorsi di prevenzione, dispositivi di ascolto e nuove forme di collaborazione tra scuola, servizi sanitari, università e terzo settore.

In questo senso il convegno “Adolescenze oggi” non rappresenta un punto di arrivo, ma l’avvio di una rete di lavoro che mette al centro le adolescenze come responsabilità collettiva.