Bologna prima nella "caccia" a V6
Individuata dai ricercatori dell’Università di Bologna una nuova area della corteccia cerebrale interamente deputata alle funzioni visive. Si chiama V6 e si attiva quando vengono stimolate le zone più periferiche della retina.
Fasi finali del secondo tempo di Italia-Germania. Alberto Gilardino, fronteggiato da due difensori tedeschi, appoggia la palla sulla sua sinistra: un passaggio col "contagiri" per Alex Del Piero che rinviene da dietro e calcia all’incrocio dei pali. I calciofili si sono limitati a elogiare l’ottima visione di gioco dell’attaccante della nazionale, ma oggi si può dire di più: si può dire che in quel frangente in Gilardino ha funzionato benissimo l'area V6, ovvero l’area visiva della nostra corteccia cerebrale appena individuata dai ricercatori dell’Università di Bologna coordinati dal prof. Claudio Galletti. "V6 – spiega infatti il docente – è un’area visiva che soprintende alla visione periferica, svolgendo una funzione fondamentale per il controllo dei propri movimenti e della propria posizione nello spazio. "V6 – prosegue Galletti - ha, come le altre cinque aree visive ad oggi conosciute (da V1 a V5), un’organizzazione retinotopica: essa è cioè un’area della corteccia cerebrale visiva in cui è proiettata l’intera immagine della retina. A differenza, però, delle aree V1-V5, che privilegiano l'analisi della porzione centrale della retina, l’area V6 rappresenta uniformemente centro e periferia".
La "caccia" a V6 è da tempo nel mirino dei ricercatori di Bologna. In un articolo del 1999, pubblicato sulla Rivista European Journal of Neuroscience, essi avevano riportato l'esistenza dell’area V6 nel Macaco e ne avevano descritto le caratteristiche funzionali, stimolando la comunità scientifica internazionale a cercare un’area omologa anche nel cervello dell'uomo. Da allora, molti ricercatori hanno avanzato ipotesi sull'esistenza della V6 nell'uomo, ma nessuno era riuscito finora ad individuarla con certezza. Ora i ricercatori bolognesi annunciano, sulla prestigiosa Rivista americana The Journal of Neuroscience, di averla trovata. Per ottenere questo risultato si è dovuto usare una tecnica completamente diversa da quella usata per studiare il cervello del macaco. "Nel Macaco - dice Galletti - si studia il comportamento di una cellula nervosa per volta. Nell'uomo, invece, si usa la risonanza magnetica funzionale, una tecnica che consente di studiare il comportamento di migliaia di cellule contemporaneamente e che consente di individuare le regioni cerebrali attive in determinate situazioni, o a seguito di determinate stimolazioni sensoriali". Purtroppo la strumentazione e il know-how necessario per effettuare esperimenti di risonanza magnetica funzionale non erano (e non sono) presenti a Bologna, e occorreva quindi appoggiarsi ad altri Centri di Ricerca. Fra i tanti Centri presenti in Italia e all'estero, ne furono contattati due con esperienza specifica in questo campo, il Santa Lucia di Roma, dove operava la dott.ssa Sabrina Pitzalis, e il centro di Scienze Cognitive di San Diego (California, USA) diretto dal Dott. Martin Sereno. A Roma furono studiati sei soggetti e a San Diego ventotto. Complessivamente trentaquattro cervelli (sessantotto emisferi). In tutti – fatto eccezionale in questo tipo di ricerche – la risonanza magnetica funzionale mise in evidenza l’attivazione dell’area V6, inutilmente cercata fino ad allora. La ragione del successo? "La stimolazione periferica", risponde Galletti. "Noi sapevamo che nel Macaco quell’area era deputata alla visione periferica e durante gli esperimenti sull'uomo abbiamo stimolato le zone più periferiche della retina, quelle appunto che attivano V6".
L'articolo su The Journal of Neuroscience è stato pubblicato esattamente sei anni dopo l’avvio dei primi contatti con i centri di Roma e San Diego. "Mi preme sottolineare – dice Galletti - che i tempi lunghi di queste ricerche sono figli della complessità della materia". "Studiare il cervello è come essere di fronte ad un apparecchio sconosciuto arrivato dallo spazio senza istruzioni – racconta il docente -. Se volessimo sapere a cosa serve cosa faremmo? Prenderemmo un cacciavite e smonteremmo pezzo dopo pezzo l'apparecchio, cercando di capire il significato dei singoli pezzi trovati all'interno e dei collegamenti fra di loro. Ebbene, noi nello studio del cervello siamo più o meno a questo stadio. Studiamo i singoli elementi (cellule nervose), classifichiamo gli elementi presenti nelle varie regioni del cervello cercando di capire qual è la funzione di ogni regione cerebrale, e studiamo i collegamenti fra le varie regioni cerebrali, sempre con l'intento di capirne il significato". Insomma, stiamo lavorando sull’hardware e facciamo ipotesi sul software del nostro cervello. "Del cervello – conclude del resto Galletti – si sa molto più di quanto non sapessimo anche solo pochi anni fa, ma si sa molto meno di quanto la gente si immagini".