Negli ultimi anni, l’industria culturale ha riaffermato con forza la priorità dei contenuti (il contenuto è sovrano, è stato il loro slogan). Oggi è però diventato sempre più complesso definire cosa siano precisamente i contenuti culturali. Non si tratta più, infatti, di prodotti professionali consumati dalle audience. Piuttosto, sempre più spesso, le pratiche in atto incrementano il ruolo delle audience nella creazione di contenuti e facilitano un cambio di prospettiva rispetto al valore e al significato di questi materiali.
La conferenza di Henry Jenkins - organizzata dalla sezione Cinema del Dipartimento di Musica e Spettacolo e dal gruppo di lavoro del convegno internazionale Media Mutations - prende le mosse da un suo libro in uscita dal titolo "Spreadable Media: Creating Value and Meaning in a Networked Culture" (curato assieme a Sam Ford e Joshua Green). Lo studioso offrirà alcune riflessioni sull’ecologia dei media che si sta delineando in questi anni, dove le audience giocano un ruolo sempre più attivo e significativo nell’interpretare, creare, e remixare i contenuti mediali. Jenkins si soffermerà sul fatto che i modelli industriali dominanti – Web 2.0, viralità, passaparola – non sono più adeguati a descrivere il ruolo dei pubblici nella messa in forma dei contenuti culturali.
Di tutti i cambiamenti nell’ambiente mediale negli ultimi due decenni, forse il più grande è stato proprio quello relativo ai meccanismi di circolazione, con il passaggio da una distribuzione controllata dalle corporation (modello top-down) ad un, ancora emergente, sistema ibrido in cui ognuno di noi può avere un ruolo sempre più centrale nel modo in cui si diffondono i contenuti mediali. Quali problemi emergono quando il modello di circolazione grassroots dei contenuti viene posto al centro della nostra attenzione? Come cambiano i rapporti tra mass media e cultura partecipativa?