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Si chiama shifting baseline ed è la sindrome di cui soffrono gli studiosi di ambiente: trattasi della difficoltà di quantificare le alterazioni ambientali per mancanza di punti di riferimento. Sono decenni che si raccolgono dati sullo stato degli ecosistemi costieri, ma manca ancora la capacità di definire un elemento di confronto per valutare la condizione di un ecosistema. La questione è stata sollevata lo scorso 28 aprile dal ricercatore americano Johan C. Varekamp nel corso di un workshop organizzato, presso il Dipartimento di Scienze della Terra e Geologico Ambientali, dal prof. Luigi Rossi e dalla dott.ssa Giuliana Panieri. "Varekamp si è chiesto – riporta il prof. Marco Abbiati, docente al Corso di Laurea in Scienze Ambientali e a sua volta relatore del workshop – se i dati raccolti negli ultimi anni di monitoraggio sono davvero indicativi di recenti alterazioni o se invece mancano riscontri relativi alle alterazioni antropiche relative ai periodi storici precedenti".

Varekamp ha risposto alla domanda indicando nella paleoecologia, nella geochimica e nell’ecologia valide alleate per definire un punto di riferimento. Poi ha illustrato gli esiti di uno studio condotto per valutare l’evoluzione storica dell’impatto antropico nel Golfo di Long Island, a nord di New York. Indagine dalla quale è emerso che crisi anossiche (diminuzioni dell’ossigeno nell’acqua alla base delle conseguenti morie di pesci) si verificarono già a partire dalla metà del ‘700. La presenza umana, quindi, ha inciso sugli ecosistemi quando ancora la rivoluzione industriale muoveva i suoi primi passi.

Tra i grandi golfi delle coste americane e il mare Adriatico le analogie sono molte. "Anche l’Adriatico – interviene infatti il prof. Abbiati –, così come Long Island e Chesapeake Bay, è un bacino semichiuso e altamente antropizzato: caratteristiche che rendono drammatico l’aumento di nutrienti conseguente a un’eccessiva immissione di sostanze organiche". Fenomeno alla base delle crisi distrofiche e della conseguente moria di pesci.

Sul fronte delle politiche di risanamento questo esubero di nutrienti potrebbe essere gestito dal cosiddetto terzo livello di depurazione. Alla rimozione delle materie organica bisognerebbe cioè aggiungere l’abbattimento dei nutrienti che favoriscono un incremento della produzione vegetale. "Tecnologicamente – spiega Abbiati – farlo è già possibile sia con metodologie chimico-fisiche che biologiche, per esempio dirottando le acque in uscita dai depuratori in bacini popolati da vegetali in grado di consumare parte dei nutrienti. Il problema principale è economico dovuto agli alti costi dell’operazione".

Si può operare perciò anche a monte, cercando di bilanciare le esigenze delle varie attività produttive: mediando, per esempio, tra la pesca, che necessita di elevate produttività, e il turismo che beneficia invece di acque cristalline. "Il problema della gestione degli ambienti costieri – conclude Abbiati – è una priorità a livello mondiale, ma in questo settore l’Emilia Romagna è all’avanguardia, essendo statala prima regione a finanziare un progetto per la gestione integrata delle zone costiere (GIZC). Le informazioni sono state raccolte; ora è tempo delle decisioni operative".