Unibo Magazine

Chissà, Wim Wenders sarebbe potuto diventare direttore del TgCom. In gioventù seguì infatti le orme di Paolo Liguori. I due militavano nello stesso gruppo politico: gli Uccelli. Poi, fortunatamente, le loro strade si sono separate. Lo ha raccontato martedì sera Lucio Spaziante, docente del Dipartimento di Comunicazione, presentando La Musica che abbiamo attraversato, il nuovo Almanacco Guanda curato dal giornalista de Il Corriere della Sera Ranieri Polese. "L’Almanacco – spiega proprio Polese – è un genere di origine settecentesca che ha caratterizzato l’editoria italiana nei primi del Novecento. Oggi come allora, l’Almanacco rappresenta un laboratorio di scrittura per invitare a riflettere su un tema. In questo caso la musica, su cui è difficile che qualcuno non abbia nulla da dire".

Il libro ha al centro alcuni temi chiave. Primo su tutti il legame tra musica e letteratura: con quei libri che rubano il titolo a una canzone (vedi Carlo Lucarelli) e quelle canzoni che rubano il titolo a un romanzo (vedi Vasco Rossi). Ma la narrazione dell’Almanacco sfiora solo la sociologia, per lasciare più spazio alla biografia. Sia essa di una giornalista, di un regista, di un musicista, di uno scrittore o di un carcerato illustre come Adriano Sofri, che dichiara di aver saggiato per la prima volta le potenzialità di Google cercando informazioni su una sconosciuta canzone italiana intitolata "Piange il telefono" (1300 furono i risultati).

Nell’Aula Absidale, all’evento promosso da UniboCultura, c’erano alcuni degli autori dell’Almanacco. Stefania Ulivi, cronista de Il Corriere della Sera, ha parlato della musica giornalistica: "Nei giornali – ha detto sconsolata – si parla solo della musica televisiva: La Scala, Sanremo, e qualche evento estivo". Silvia Ballestra, scrittrice della generazione di Enrico Brizzi, è invece tornata alla letteratura: "Oggi – ha riflettuto – non si riesce più a scrivere un libro senza riferimenti musicali. Il mio ultimo romanzo ne è un esempio. Si apre su un cimitero marchigiano. Credo che sia il luogo meno hard rock che si possa immaginare ed eppure non ho potuto fare a meno di arrivare a Losing my religion dei R.E.M. (che tra l’altro non amo...)".

Parlando di musica non poteva mancare infine l’Emilia, la terra di Nilla Pizzi e del post rock. Il compito di riassumere una grossa fetta della storia musicale pop italiana è toccato a Gianluca Morozzi. "Avevo troppo materiale e non sapevo da dove partire", ha esordito il giovane narratore. "Il destino ha deciso per me. Dovevo andare ad Arquibona per un concerto. Sono uscito dalla tangenziale di Reggio Emilia nella direzione che ritenevo giusta, ma non sono mai arrivato a destinazione: tutte le strade finivano con una curva a U che conduceva a Codemondo. Un miracolo. Ho così deciso di partire dai miracoli emiliani". Ecco allora i CCCP, in grado di toccare la vetta della classifica italiana con un chitarrista che grattava le corde. Ecco allora i Modena City Ramblers, in grado di far cantare in dialetto modenese più di mille abruzzesi accorsi al concerto di Loreto del ’94. Ed ecco ancora Vasco e Ligabue, i due emiliani che riempiono San Siro come gli U2.

Ma c’è una spiegazione a questi miracoli? "Il bello – conclude Morozzi – è che non do alcuna spiegazione. In apertura parlo solo di una cometa che avrebbe sparso delle spore lungo la via Emilia...".