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Autonomia, valutazione, merito, ma anche governance, internazionalizzazione e trasferimento tecnologico: queste le parole chiave dell'intervento che il Ministro dell'Istruzione Maria Stella Gelmini ha presentato lo scorso 10 giugno alla Commissione Istruzione della Camera dei Deputati. Una panoramica, quella illustrata, che dalle risorse all'autonomia, dalla valutazione alla ricerca, fornisce "un metodo di lavoro, alcuni principi e alcune priorità" che annunciano la direzione della futura azione ministeriale.

L'intervento del Ministro si è concentrato su alcuni nodi centrali dello sviluppo universitario e ha illustrato proposte e spunti di collaborazione per il prossimo futuro: uno sforzo maggiore per coinvolgere le piccole e medie imprese negli investimenti per la ricerca, la valorizzazione dei risultati della ricerca attraverso l'attivazione di meccanismi di trasferimento tecnologico, una maggiore attenzione alla governance, guardando anche alle proposte avanzate da Aquis, l'associazione degli atenei più produttivi nata lo scorso marzo a Bologna.

"L'Università e la Ricerca – spiega il Ministro Gelmini - sono fattori indispensabili di sviluppo della nostra comunità nazionale. Eliminarne le criticità è strategico". Un traguardo che può essere raggiunto "prendendo atto delle diversità presenti tra i singoli Atenei e centri di Ricerca" e ponendo "le condizioni per valorizzarne la specificità".

Per sottolineare il valore fondante dell'autonomia universitaria, il Ministro prende a esempio l'Università di Bologna e la sua storia millenaria. "La Constitutio Habita – ricorda - primo statuto della prima Università, l'Alma Mater Studiorum di Bologna, concesso da Federico I nel 1158, giusto 950 anni fa, riconosce la libertà della Ricerca e fa dell'Università una libera societas di allievi presieduta da un maestro". L'autonomia delle università, aggiunge però il Ministro, deve essere "coniugata con il richiamo alla responsabilità delle scelte". In altre parole, "responsabilità significa la possibilità di essere premiati o sanzionati per le scelte rispettivamente vincenti o sconvenienti che si sono operate".

Si rende necessario, insomma, "affrontare con efficacia il problema della valutazione". Due le strade indicate dal Ministro: da un lato una "forma di valutazione dal basso", basata su "regole di trasparenza e pubblicità", e dall'altro "un sistema integrato di valutazione, che vincoli il finanziamento ai risultati, incentivando l’efficacia e l’efficienza dei programmi di innovazione e di Ricerca, la qualità della didattica, lo svolgimento di corsi in lingua inglese, la capacità di intercettare finanziamenti privati ed europei, il tasso di occupazione dei laureati coerente col titolo di studio conseguito".

Ma la parola chiave che conduce al riassetto universitario italiano è governance, termine che richiama l'idea della guida, ma anche la "capacità di rispondere delle proprie scelte, della verifica, del controllo". A questo proposito, continua il Ministro, "libere associazioni di Università, quale ad esempio Aquis, hanno sviluppato proposte e ragionamenti di grande interesse, che è mia intenzione approfondire e sviluppare"

Sul tema centrale della ricerca, infine, le parole del Ministro indicano da un lato la necessità di "un forte ruolo di regia e di coordinamento del MIUR", attraverso "una riorganizzazione della Ricerca, una razionalizzazione delle risorse, l’istituzione di nuovi criteri di valutazione, il coordinamento e la finalizzazione verso obiettivi strategici", dall'altro lato è invece fondamentale cercare "connessioni con la Ricerca internazionale, in primo luogo europea".

Ricordando che "la Ricerca, pubblica e privata, ha un ruolo sociale", perché "risolve i problemi del cittadino, ne migliora la vita", il Ministro Gelmini ha poi sottolineato che "tutti i processi di valorizzazione dei risultati della Ricerca, mediante meccanismi che definiamo di technology transfer, possono generare valore aggiunto per chi li ha prodotti, creando quindi un volano economico per finanziare la Ricerca stessa, come avviene nei migliori centri anglosassoni ed essere inoltre un motore di innovazione per chi li sfrutta, che per essere competitivo necessita di poter attingere ai risultati della ricerca  no-profit".

In Italia, insomma, c'è ricerca, "ma non c'è una cultura e una struttura per il trasferimento tecnologico". Occorrono quindi, oltre a normative chiare, anche strutture qualificate e adeguate per "gestire in modo professionale tutte le fasi del technology transfer", così come occorre "favorire la creazione dei cosiddetti 'incubatori', dove realtà industriali già avviate e consolidate possano trovare una sede adeguata che favorisca l’interazione con masse critiche di ricerca  in grado di dare maggiore competitività e favorire il technology transfer".