Unibo Magazine

Il contributo di Annamaria Colacci, docente presso l'Università di Bologna, ci permette di comprendere gli effetti, l'esposizione, la valutazione e la gestione del rischio connesso agli interferenti endocrini presenti in matrici ambientali e alimentari.

Quali sono i maggiori rischi per la salute associati all'esposizione ai composti ad attività ormonale?

Gli interferenti, o perturbatori, endocrini sono molecole in grado di mimare  la struttura e l’azione degli ormoni fisiologicamente prodotti, determinando una perturbazione dell’equilibrio ormonale. Si ritiene che l'esposizione a interferenti endocrini possa essere una delle cause di incremento della sterilità maschile nei Paesi industrializzati, dei danni all'apparato riproduttore, dell'incremento di alcune patologie tumorali. Più recentemente è stata descritta persino una possibile relazione tra diossina e diabete.

Quali sono gli ambienti maggiormante contaminati?

Gli interferenti endocrini hanno una ampia diffusione. Alte concentrazioni di molecole ad azione ormon-simile sono state riscontrate anche nelle regioni antartiche  Si stima che gli alimenti costituiscano la via elettiva di introduzione di molecole ad azione ormono-simile, quali ad esempio la diossina o i policlorurati bifenili di origine industriale.

Attulamente in che modo sono regolate le sostanze chimiche che causano i rischi per la salute?

Non esiste una normativa riferita espressamente agli interferenti endocrini, ma molte molecole che possono rientrare in questa tipologia di composti, come le diossine e i policlorurati bifenili (PCB), sono rigorosamente controllati nelle matrici ambientali e alimentari. Il nuovo regolamento REACH, per la registrazione, valutazione e autorizzazione delle sostanze chimiche, pone per la prima volta l'accento sulla necessità di monitorare con attenzione e con nuovi approcci metodologici e tecnologici i composti a elevato bioaccumulo e persistenza in cui rientrano gli interferenti endocrini.

Anche il mondo animale risente delle contaminazioni? In che modo?

I primi effetti dei composti ad azione ormono-simile sono stati descritti  proprio negli animali, intorno agli anni ’60, quando si notò che le aquile e i falchi pellegrini avevano smesso di riprodursi. In effetti, nei nidi delle aquile furono ritrovate larghe quantità di uova rotte. La causa fu presto messa in relazione con gli effetti tossici del Ddt che interagiva con il metabolismo del calcio, inducendo la produzione di uova con gusci più sottili e più fragili. Oggi il problema è ben noto a chi si occupa di ittio-tossicologia. Gli interferenti endocrini sono entrati nella catena alimentare e la loro elevata persistenza non aiuta ad eliminarli.

Quali sono i nuovi approcci degli studiosi per identificare i rischi?

Oggi disponiamo di tecnologie impensabili fino a dieci anni fa. La tossicogenomica impiega tecnologie avanzate basate sull’utilizzo di microarray o di elettroforesi bidimensionale per evidenziare le variazioni nei i profili genici o proteici indotte dall’esposizione a queste molecole.

In che modo l'Università di Bologna dà il proprio contributo al tema in questione?

Nell’Università di Bologna sono presenti diversi gruppi che si occupano di questa problematica. Alcuni di essi saranno presenti nel Convegno "Composti ad attività ormonale nell’ambiente e negli alimenti: quali rischi?" che si svolgerà proprio a Bologna il 25 e 26 febbraio.  Il convegno è il frutto di una intensa collaborazione fra l’università di Bologna e l’Agenzia Regionale Prevenzione e Ambiente dell’Emilia Romagna su temi di ricerca legati agli effetti dell’ambiente sulla salute.