Era già tutto pronto, quando improvviso arrivò lo stop al progetto. Mancavano i fondi per dare copertura assicurativa al trasporto dalla Biblioteca Universitaria al Dipartimento di Chimica Ciamician. Il Codice Cospi, uno dei quindici libri dell’America latina precolombiana sfuggiti alla distruzione spagnola, fu perciò costretto a restare immobile nei suoi archivi, lontano dalle apparecchiature che avrebbero permesso di studiare con l’ equipe del compianto prof. Alessandro Bertoluzza (dip. di Biochimica dell’ Universita’ di Bologna) i materiali di cui era composto.
Da allora, inizio anni ‘90, più nulla fino all’estate scorsa, quando le attrezzature, rese più snelle dal progresso tecnologico, hanno potuto raggiungere il Codice Cospi nelle sale della Biblioteca Universitaria. Come nelle migliori tradizioni insomma, Maometto è andato dalla montagna che non andava verso di lui.
Protagonisti di questa rivincita sugli acciacchi della ricerca sono Laura Laurencich Minelli, docente di Storia delle civiltà indigene d’America all’Università di Bologna, e Antonio Sgamellotti, docente di chimica inorganica all’Università di Perugia. Tutti e due, assieme a Biancastella Antonino, direttrice della Bub, e all’archeologo Davide Domenici, saranno nell’Aula Magna della Biblioteca Universitaria (via Zamboni 35) martedì 31 gennaio (ore 17) per presentare i primi risultati di un’indagine su cui sono puntati gli occhi dell’intera comunità internazionale interessata alle antiche forme di scrittura precolombiane.
Tuttora attorno al Codex Cospi ci sono più certezze che dubbi. "Forse– ipotizza Laurencich – il Codice è arrivato in Italia a seguito del Concilio di Trento (1545-1563)". Per quale via, però, non è dato sapere. Certo è che il Conte Valerio Zani lo donò al marchese Ferdinando Cospi il 26 dicembre 1665 e, altra cosa curiosa, che poco dopo donò al Museo Aldrovandi un preziosissimo lanciadardi azteco, ma come ne venne in possesso? Dalla sua produzione a stampa, il Conte Valerio risulta essere stato un curioso degli usi e costumi del mondo. Suo fratello inoltre era un viaggiatore, ma le indagini dicono che si diresse verso la Moscova. Forse, l’anello di congiunzione tra il Codice e Valerio Zani fu lo zio Costanzo Zani, vescovo di Imola, se accettiamo l’ ipotesi che il prezioso reperto sia giunto in Italia per le vie ecclesiastiche come souvenir portato dal lontano Messico a un Padre Conciliare.
Dubbi, tanti dubbi, restano poi sull’interpretazione delle pittografie, dei logogrammi e dei rebus che il Codice contiene. "Occorre studiare anche i materiali di cui è composto", afferma la prof.ssa Laurencich. "Sono stata più di un anno in Costa Rica a lavorare con gli Sciamani – prosegue la docente – e mi sono convinta che i materiali non sono scelti a caso: i colori fatti con le terre, per esempio, sono un collegamento con il Mondo di Sotto, mentre quelli fatti con le piante puntano in alto, al cielo".
Gli spunti di ricerca dunque proliferano. E’ da più di trent’anni che questo avviene a Bologna. Dal 1973 quando Laura Laurencich riuscì ad accendere l’insegnamento di Storia e civiltà precolombiane d’America. Coronò il sogno che le si era materializzato per la prima volta all’ età di dieci anni leggendo un libro di geografia che presentava un capitoletto sugli Inca e sui Maya. Poi lo alimentò con un dialogo stretto con i suoi studenti, tra i quali conobbe anche quello che la condusse al prof. Sgamellotti. "Mio padre – le disse il ragazzo durante un ricevimento – fa analisi non distruttive sui colori". Si arrivò così a rispolverare l’idea di studiare in modo non invasivo e non distruttivo la composizione del Codice Cospi. Una ricerca di cui martedì prossimo conosceremo i primi risultati. Un successo, anche se filtra un po’ di amarezza: "Purtroppo – conclude Laurencich - non c’è nessuno a sostituirmi ora che sono andata in pensione".