Il lavoro è stato scritto da Laura Airoldi, professore di Ecologia dell’Università di Bologna che svolge ricerche avanzate sull’ambiente marino presso il Centro Interdipartimentale di Ricerca per le Scienze Ambientali in Ravenna (Cirsa), e da Mike Beck, responsabile dei progetti marini dell’americana The Nature Conservancy (Tnc) una delle principali organizzazioni non governative statunitensi per la conservazione del patrimonio naturale.
Nello studio, che è il risultato di due anni di ricerche originali condotte nell’ambito di un progetto finanziato dalla Tnc, Airoldi e Beck scrivono che «l’entità della perdita di habitat marini costieri è allarmante. Ad oggi, meno del 15 per cento degli habitat costieri europei può essere considerato in buone condizioni, e la situazione è ancora più drammatica per le coste italiane dove le attività dell’uomo si sono concentrate per migliaia di anni. Ignorare queste perdite può compromettere la salute e la sostenibilità dei pochi frammenti di habitat naturali che ancora sopravvivono, con gravissime ripercussioni anche per l’industria del turismo».
Lo studio sottolinea ancora come nei secoli le bonifiche, lo sviluppo costiero incondizionato, il sovrasfruttamento delle risorse della pesca e l’inquinamento abbiano portato alla scomparsa di vastissime porzioni di habitat costieri naturali. Tra questi le lagune costiere, le praterie di fanerogame marine (piante superiori dotate di radici, fusto, foglie, fiori e frutti; tra cui la più nota è Posidonia oceanica), altri vegetali marini (macroalghe), banchi di ostriche, mitili e altre formazioni organogene. Questi habitat forniscono importantissimi servizi all’uomo, come cibo, medicinali, difesa da mareggiate e inondazioni, controllo dell’erosione costiera, svago e ricreazione.
Di fatto, il valore economico dei servizi forniti da praterie di fanerogame marine, estuari e lagune costiere è stimato dieci volte superiore a quello di qualsiasi sistema terrestre, con valori che raggiungono i 23.000 dollari per ettaro all’anno.
La perdita di questi sistemi naturali ha causato danni economici rilevanti per molti Paesi europei, inclusa l’Italia. Basti pensare al problema dell’erosione costiera (mediamente 3 milioni di euro di interventi di difesa all’anno per le sole coste della regione Emilia-Romagna), facilitata dalla perdita di habitat marini che forniscono alle coste delle difese naturali.
In Europa restano pochi esempi di habitat nativi costieri ancora intatti, e questi sono seriamente minacciati dai cambiamenti globali in corso. Il lavoro di Airoldi e Beck raccomanda la loro immediata protezione all’interno della rete Natura 2000, un complesso di siti protetti nel territorio dell’Unione Europea, la cui funzione è garantire la sopravvivenza a lungo termine della biodiversità del continente europeo. Per prevenire l’ulteriore perdita di habitat marini costieri saranno necessari seri investimenti di ripristino, e la cooperazione attiva tra agenzie governative, organizzazioni non governative e università e centri di ricerca.
«Gli habitat marini temperati costeggiano alcune delle nazioni più sviluppate del mondo in Europa e Nord America. Nell’interesse dei cittadini i governi devono attuare politiche volte a migliorare la gestione e la sostenibilità futura di questi habitat cosi incredibilmente ricchi di specie e produttivi», sostengono i due studiosi.
In realtà la tendenza può ancora essere invertita, con la conoscenza innanzitutto. Per proteggere in maniera efficace e ripristinare questi habitat bisogna infatti, secondo Airoldi e Beck, che venga colmata urgentemente la carenza di dati sulla vegetazione marina e lagunare, sui banchi di ostriche e altre formazioni organogene marine.
Questi obiettivi, insomma, saranno raggiungibili soltanto se ci saranno importanti investimenti nella ricerca ambientale e a sostegno delle collaborazioni internazionali.
Dal canto loro l’Università di Bologna e la Tnc continueranno a collaborare in questa direzione all’interno di due programmi di ricerca. Si tratta di "Shellfish at Risk", progetto finanziato da Tnc e riguardante i banchi di ostriche e altre formazioni organogene minacciati da sovrasfruttamento su scala globale, e di "AdriaBio", finanziato dall’Università di Bologna e riguardante la biodiversità marina costiera del nord Adriatico, una delle aree in Italia ed in Europa dove i cambiamenti degli habitat marini costieri sono stati storicamente più drammatici e dove i rischi di ulteriori perdite legate ai futuri cambiamenti climatici globali sono elevatissimi.
(foto di Giorgio Benelli)