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Frank Lentricchia è un critico letterario e romanziere statunitense, titolare della cattedra di Letteratura alla Duke University di Durham, in North Carolina. Il suo nome è stato a lungo legato ad una serie di apprezzati e discussi studi sulle teorie di critica letteraria, inaugurati nel 1980 con "After the new criticism". Nel corso degli anni '90, poi, Lentricchia si è scoperto scrittore di narrativa e da allora ha pubblicato una serie di romanzi, l'ultimo dei quali, "The Book of Ruth" è uscito nel 2005.

Su iniziativa della prof.ssa Giovanna Franci, docente presso il Dipartimento di Lingue e Letterature Straniere, dal 15 novembre al 15 dicembre scorsi, il prof. Frank Lentricchia è stato ospite dell'Istituto di Studi Avanzati, periodo durante il quale ha potuto tenere una serie di incontri e seminari con gli studenti. "E' stata - spiega - un'esperienza molto produttiva ed interessante. Gli argomenti di cui ho trattato erano parzialmente nuovi per me, così queste lezioni si sono rivelate un'occasione senza dubbio stimolante, gli studenti sono stati molto soddisfatti".

Approfittando della sua presenza a Bologna abbiamo voluto rivolgere al prof. Lentricchia qualche domanda sulla sua carriera e sulle sue esperienze come critico e come scrittore.

Prof. Lentricchia, in che periodo ha iniziato ad interessarsi di critica letteraria e perché?
Quando mi sono laureato, nei primi anni '60 alla Duke University, la critica letteraria era concentrata su argomenti come le vicende della pubblicazione delle opere o la vita dell'autore. Rispetto a questa modalità di ricerca io mi consideravo un outsider, così chiesi ad un mio professore una bibliografia di testi per avere uno sguardo più ampio sulla materia: ogni settimana lo incontravo e parlavamo di quello che avevo letto. Il mio era un atto di rivolta portato avanti all'epoca assieme ad un paio di altri compagni. Negli anni '70, poi, la nuova critica europea approdò negli Stati Uniti e il suo arrivo cambiò ogni cosa: è stato come un terremoto o l'eruzione di un vulcano. Improvvisamente quello era l'argomento di cui tutti parlavano e nel giro di poco tempo questo nuovo approccio influenzò profondamente la critica americana a partire dal Gruppo di Yale.

Quale fu la sua reazione alla nascita di questa nuova critica letteraria e quali erano le sue opinioni sulle nuove teorie che andavano sviluppandosi?
All'epoca insegnavo all'Università della California e posso dire di essere stato testimone diretto dell'impatto del pensiero europeo: in quegli anni si assisteva ad una vera e propria esplosione di creatività. Le diverse teorie che venivano sviluppate, però, non mi sembravano esenti da critiche, ad esempio, non erano abbastanza auto-riflessive su alcuni temi ed inoltre vedevano le singole opere da analizzare in maniera statica, come se attorno ad esse non ci fosse una storia, un contesto.

E' in questo contesto che nel 1980 decise di scrivere "After the new Criticism", la sua prima opera di successo?
In seguito alla nascita della nuova critiva sentivo che era necessario creare un background, un collegamento tra le nuove teorie e il passato. E' a partire da questa idea che scrissi "After the new criticism", un libro sulla storia della critica letteraria. Il libro fu un successo, è stata l'opera che mi ha fatto conoscere, anche se la mia posizione sulle nuove teorie non mi ha risparmiato critiche negative da molte parti. E le opposizioni non mancarono anche per il libro successivo, "Criticism and Social Change".

Dopo un intenso decennio in cui si è concentrato sulla critica letteraria ha deciso di cambiare strada e scrivere opere di narrativa, da cosa deriva questa scelta?
Le persone cambiano, non cambiare è come lasciare morire qualcosa dentro di te. A partire dagli anni '90 la ricerca letteraria ha iniziato ad occuparsi di ogni argomento eccetto la critica, sentivo che sarei potuto rimanere senza stimoli per continuare il mio lavoro. Così me ne andai quattro giorni in un monastero in South Carolina e alla fine dei quattro giorni, salutandomi, uno dei monaci mi disse: 'Tu sei uno scrittore, scrivi di noi'. Io in verità non mi ero mai considerto uno scrittore da quel punto di vista, ma così feci: scrissi su quell'esperienza come mi aveva suggerito il monaco e quello fu l'inizio della mia carriera come scrittore di narrativa.

Nei suoi racconti compaiono spesso personaggi noti, da Wittgenstein a Melville a John Fitzgerald Kennedy, fino a O.J. Simpson, Fidel Castro, Saddam Hussein ed anche Claudia Cardinale, che comparirà nel suo "The Italian Actress" di prossima uscita. Come mai questa scelta?
La narrativa, rispetto alla critica letteraria, mi dà molta più libertà e mi ha permesso di cambiare, di rinnovare me stesso. I personaggi noti che inserisco nei miei romanzi sono tutte persone che avrei voluto, vorrei incontrare: in questo modo posso realizzare questi miei desideri. Inoltre, utilizzare questi personaggi mi permette di creare più facilmente una connessione con la cultura contemporanea non solo americana, ma mondiale. I personaggi reali, così come sono raccontati nei miei romanzi, sono un ibrido tra elementi reali delle loro vite ed aspetti che invece sono frutto della mia immaginazione. Cerco comunque sempre di non violare l'aspetto reale, sono attento a che nulla di ciò che invento sia in qualche modo contraddittorio con esso.

Un personaggio italo-americano è una presenza fissa in tutti i suoi racconti. Le sue origini italiane influenzano in qualche modo il suo lavoro?
Sono cresciuto in un quartiere italiano, i miei nonni erano italiani e sono emigrati negli Stati Uniti all'inizio del '900. Io vengo quindi dalla terza generazione di italo-americani, sono stato cresciuto dai miei nonni materni e da piccolo ho sentito parlare molto italiano. Crescere in questo contensto ha avuto certamente un impatto enorme su di me e il fatto che in ogni mio racconto ci sia un personaggio di origini italiane lo dimostra.

Nel 2003, assieme a sua moglie Jody McAuliffe, ha scritto "Crimes of Art and Terror", un testo che parla di arte, ma anche dell’11 settembre. C'è una correlazione tra questi temi?
In quel libro abbiamo voluto mettere in relazione la criminalità degli integralisti con la mentalità artistica. Dell'11 settembre tutti hanno subito detto che è stato uno dei più terribili crimini del XX secolo, ma perché proprio questo atto di terrorismo e non altri ha suscitato questo tipo di reazione? A partire dal XIX secolo, con il romanticismo, l'artista punta con la propria arte ad andare oltre la rappresentazione, a superare l’immagine per suscitare emozioni. L'impatto generato dalle immagini della caduta delle Twin Towers è lo stesso tipo di impatto che ogni artista cerca di generare. Così, mia moglie ed io, partendo anche dalle parole di Karlheinz Stockhausen sull’11 settembre, abbiamo analizzato una serie di artisti considerandoli sotto questo punto di vista.