Unibo Magazine

"Correre dei rischi è un dovere di un giornalista di guerra". Giuliana Sgrena lo dice chiaramente, appena le porgono il microfono. Prendere tutte le precauzioni necessarie, non essere avventati, valutare le situazioni di pericolo: lo scopo non è diventare un eroe, ma fare fino in fondo il proprio mestiere.

L’aula del Dipartimento di Scienze della Comunicazione in cui Giuliana Sgrena sta discutendo del suo libro "Fuoco Amico" (ed. Feltrinelli) è affollatissima. A presentare lla giornalista de Il Manifesto rapita in Iraq lo scorso febbraio è Roberto Grandi. Il docente di Comunicazioni di Massa sottolinea subito i tre temi centrali del testo: il racconto dell’Iraq e della guerra, la narrazione della prigionia e della liberazione, e la riflessione sul giornalismo di guerra.

Giuliana Sgrena parte proprio da qui: "la frustrazione che racconto è professionale, ed è dovuta ad una consapevolezza: in Iraq non è più possibile fare informazione". I giornalisti – embedded o bunkerizzati non riescono più a stare tra la gente e invece per Giuliana "l’unico modo per fare buona informazione è stare tra le persone, intervistarle, capire il loro punto di vista". L’inviata de Il Manifesto stava facendo questo al momento del rapimento.

Durato quattro settimane, che nel testo sono descritte con passione. "Ero rapita, prigioniera di gente che mi diceva le cose in cui io credevo e che non voleva testimoni dentro al proprio paese".  Ma anche -  aggiunge la giornalista -  "precipitata in un mondo interamente maschile e ostile al genere femminile. Per me, la mancanza di complicità con un’altra donna è stata terribile".

Infine, c’è il fuoco amico che dà il titolo al libro. I fatti sono noti. La liberazione tanto attesa che si trasforma in tragedia, con l’attacco americano alla macchina dei servizi italiani e l’uccisione di Nicola Calipari. Giuliana  Sgrena ha molti dubbi sul modo in cui le autorità americane hanno liquidato questa vicenda. Ha studiato i rapporti e i controrapporti; analizzato le perizie fatte da avvocati e magistratura; ascoltato le dichiarazioni e le testimonianze. E molte cose non tornano. La certezza, da tutti i documenti passati al vaglio dei giudici, è che quella sera del 4 Marzo 2005, i soldati americani abbiano sparato per uccidere.  "Io non credo che sia stato un banale incidente. Sono convinta, invece, che siano state create le condizioni perché qualcosa di grave accadesse". E qualcosa di grave è successo. Qualcosa che, dice la Sgrena, le ha "sottratto per sempre una parte di libertà".