Dietro ad ogni grande uomo c’è una grande rete di relazioni. Se pensate che Michelangelo fosse solo a dipingere la sua Cappella Sistina o che Edison fosse illuminato da folgoranti idee nella solitudine del suo laboratorio, sbagliate di grosso. Michelangelo, lo dimostra tra l’altro un lavoro dello storico William Wallace (successivamente ripreso dal New York Times), era una sorta di "Amministratore Delegato" che si circondava di raffinati artigiani, mentre Edison era affiancato da un fidato gruppo di ingegneri e tecnici che condividevano con lui intuizioni, progetti e realizzazioni pratiche. Per non parlare di Einstein o di Darwin, che nel giro di pochi anni scrissero (e ricevettero) migliaia di lettere ad altri studiosi, testimonianza questa del legame relazionale strettissimo con la comunità scientifica in un’epoca in cui non si facevano congressi e non c’erano né posta elettronica né social media.
Parte da questa riflessione Simone Ferriani, docente del Dipartimento di Economia Aziendale: il mito romantico del genio che produce in solitudine è fuorviante. Lo dimostrano i fatti o meglio i numeri. E’ verosimile l’immagine solipsistica del creativo che si esclude dal mondo per trovare ispirazioni? Quanto conta invece la rete delle relazioni? E quanto essere al centro o alla periferia di questa rete influenza la creatività?
La sua indagine, svolta in collaborazione con il Prof. Gino Cattani della New York University e i cui i primi risultati sono stati pubblicati nel 2008, ha preso in esame 3000 pellicole di Hollywood distribuite nell’arco di 14 anni e le relazioni di 15.000 professionisti del settore: registi, sceneggiatori, produttori eccetera. Una sorta di mappa di "chi ha lavorato con chi" ha permesso di collocare le persone al centro o alla periferia del sistema, dimostrando alcuni assunti. Per prima cosa che nel cinema, così come in altre organizzazioni, il nuovo tende a collocarsi alla periferia, mentre al centro si colloca il potere e con esso le risorse.
E i casi di successo creativo dove si collocano al centro o alla periferia? "L’apice non è né al centro né alla periferia – dice Ferriani. - Piuttosto i veri creativi sono coloro che attingono dalla periferia ma hanno sufficienti contatti con il centro per ricevere risorse e legittimazione indispensabili realizzare le proprie idee e dare loro visibilità". Lavorare con le stesse persone aiuta o meno la creatività? "Inizialmente consolida la possibilità di avere successo perché si sviluppano fiducia e routine cognitive. Poi però se lavori continuativamente con qualcuno finisci per pensare come lui o per assecondarne le aspettative quindi la creatività decresce" sentenzia.
Un secondo studio, sempre in collaborazione con il Prof Cattani e che vede coinvolto anche Simone Napolitano, un altro ricercatore dell’Università di Bologna, concentra l’attenzione sui Festival di Cannes, Venezia e Berlino. Come vengono assegnati i più importanti riconoscimenti del cinema del vecchio continente? E soprattutto esiste la possibilità che una giuria formata da "pari" possa dare un giudizio ed una giuria formata da critici possa darne un altro? Secondo lo studio, che per ora si sofferma soltanto su Cannes, gli addetti ai lavori tendono a premiare chi è più al centro delle reti di relazioni, mentre i critici sono propensi a giudicare sullo stesso piano sia chi è al centro sia chi è alla periferia e perciò tende ad una creatività di rottura rispetto al resto del sistema. E se i componenti della giuria hanno avuto precedenti relazioni professionali con alcuni dei soggetti in gara? Anche in questo caso aumenta la propensione a preferire l’opera di quell’autore. Lo dimostra un algoritmo elaborato, che è in attesa di conferma anche dai dati di un secondo festival, quello di Venezia. Poi sarà la volta di Berlino, che sarà preso in considerazione subito dopo. In sintesi lo studio dimostra come i processi di scelta che portano alla consacrazione siano significativamente influenzati da legami interpersonali e reti sociali "invisibili".