"Quello che ora arriva al lettore è una serie di emozioni e il lettore non capisce". E’ questa una delle riflessioni che Lilli Gruber ha lanciato alla platea riunitasi lo scorso martedì in Cappella Farnese per la seconda giornata del convegno "Media e conflitti". Alla tavola rotonda dedicata alla narrazione dei conflitti e agli effetti sui lettori/telespettatori, la Gruber è intervenuta in qualità di parlamentare europeo, ma restando fedele alla sua lunga carriera da cronista internazionale partita nel 1988 con la caduta del Muro di Berlino e proseguita fino a pochi mesi or sono nella Baghdad colpita dall’attacco americano: "Non si cessa mai di essere giornalisti – ha del resto spiegato la reporter – perché diventa un modo di approcciarsi alla realtà".
Sul tavolo, a cui sedevano anche Pietro Veronese de La Repubblica e Patrice De Beer de Le Monde, il tema centrale è stato il ruolo e la responsabilità dell’inviato di guerra: figura a volte mitizzata, a tratti eroica, ma gradualmente relegata a seguire i binari informativi tracciati dagli eserciti in campo. "Bisogna stare attenti all’oculato utilizzo delle parole – ha affermato la Gruber andando nel dettaglio – bisognerebbe per esempio distinguere tra terroristi e resistenti, ovvero tra coloro che distruggono alla cieca e coloro che colpiscono solo obiettivi militari. Direi che questo spiegherebbe molto alla luce di un recente sondaggio secondo il quale per nove iracheni su dieci gli americani sono una forza di occupazione". Termini usati impropriamente, dunque, come anche quel "democratico", attribuito alle recenti elezioni: "Intere regioni del paese erano bloccate per ragioni di sicurezza", spiega Gruber: "Era ovvio che non c’erano i presupposti per parlare di consultazioni libere, ma si doveva dire perché lì era approdata la democrazia. Il problema è proprio questo: le parole, i linguaggi e i fatti vengono definiti da politici e diplomatici".
Anni alla conduzione del Tg della sera, anni spesi là dove il mondo stava cambiando, anni trascorsi in mezzo a vicissitudini che spesso rendono impossibile mantenere fede ai propri ideali e ai propri doveri deontologici non hanno dunque cancellato il desiderio dell’obiettività: "L’obiettività – ha infatti concluso la Gruber – è come la verità: non si raggiungerà mai. Ma deve restare un obiettivo per sperare di avvicinarla".