La Magna Charta Universitatum si arricchisce di sessantadue università firmatarie. Diventano così più di settecento gli atenei che hanno sottoscritto il documento presentato per la prima volta ventidue anni fa a Bologna. I rettori e i delegati delle nuove università aderenti hanno sfilato questa mattina nell'Aula Magna di Santa Lucia con i colori delle rispettive toghe accademiche e apposto la loro firma a fianco del testo che elenca i valori e gli obiettivi comuni alle istituzioni universitarie. Tutti i continenti erano rappresentati, con una forte presenza dell'Asia centrale (trentuno università del Kazakhstan) e dell'Europa dell'est (dieci atenei polacchi).
La cerimonia delle firme ha chiuso un'intensa settimana di eventi ospitati dall'Alma Mater. Prima, lunedì e martedì, un convegno sulla sostenibilità finanziaria delle università e le possibilità di diversificazione delle entrate. Poi, mercoledì, una giornata di riflessioni sul futuro dell'istruzione superiore in Europa, ospite d'onore Sergio Romano. Infine la Magna Charta. Le celebarazioni si sono aperte ieri con un incontro in Aula Absidale, introdotto dal rettore Ivano Dionigi e dal presidente dell'Osservatorio della Magna Charta Üstün Ergüder, e arricchito dall'intervento del sociologo portoghese Boaventura de Sousa Santos.
"La Magna Charta - ha ricordato il rettore Dionigi - è il fondamento morale della convergenza europea. E' stata concepita come la sintesi dei principali valori condivisi dalle università più antiche, ma è stata parte sin dal principio di una più ampia prospettiva globale incentrata sullo scambio culturale e sulla sensibilità nei confronti di passati e tradizioni differenti". Parole condivise da Ergüder che ha sottolineato "la necessità di mettere in agenda il raggiungimento della piena autonomia istituzionale e libertà accademica", e condivise anche da Bastian Baumann, segretario generale dell'Osservatorio della Magna Charta, che ha ricordato come negli ultimi anni ci siano state in molti paesi "grandi riforme nel settore dell'educazione che hanno avuto un forte impatto proprio sull'autonomia istituzionale e sulla libertà accademica. Cambiamenti su cui occorre restare vigili".
L'intervento di Boaventura de Sousa Santos ha gettato uno sguardo al presente da prospettive future. "Dieci anni dopo l'avvio del Processo di Bologna - ha spiegato il sociologo portoghese - siamo ad un momento cruciale: ogni piccola decisione può produrre cambiamenti di enorme portata. C'è il rischio concreto di orientare il mondo delle università verso un futuro che non ha futuro". Perché i futuri possibili oggi sono due, visioni che dal domani guardano indietro ai nostri tempi. "Nel primo futuro le riforme che sono state fatte hanno preparato le università ad affrontare nel migliore dei modi le sfide che coinvolgono l'autonomia istituzionale e la libertà accademica. Ma c'è un altro futuro possibile, nel quale ci guarderemo indietro e ci diremo che le nostre riforme non erano vere riforme, ma erano piuttosto delle controriforme". Uno scenario, quest'ultimo in cui "le famiglie più ricche sceglieranno le migliori università al mondo per i propri figli come se passassero in rassegna i prodotti esposti in un centro commerciale. I più poveri saranno destinati invece alle università povere dei loro paesi". Il primo futuro, quello auspicabile, è un futuro in cui "l'attenta e corretta attuazione del Bologna Process sarà riuscita a superare tutti i problemi e le carenze delle università".
La Magna Charta, al suo ventiduesimo compleanno, resta un punto centrale per trovare questo futuro migliore: un testo che unisce le università di tutto il mondo sotto i valori comuni dell'istruzione superiore. Perché - così de Sousa Santos ha aperto il suo intervento in Aula Absidale - "l'università è vista da tutti come promotrice di valori, ma è prima di tutto l'università che deve essere un valore".