E' noto come le foreste svolgano un ruolo di primo piano nella conservazione degli equilibri climatici, grazie alla loro capacità di sottrarre all’atmosfera grandi quantità di anidride carbonica, principale responsabile dell’effetto serra e del riscaldamento globale. Una benefica ed essenziale attività, questa, che può anche essere misurata: alcune foreste sono in grado di assorbire fino a 6 tonnellate di carbonio per ettaro all’anno, abbastanza da controbilanciare le emissioni di carbonio di un paio di cittadini europei (o di un americano). Quello che invece risulta senza dubbio sorprendente è che anche alcune attività dell'uomo considerate inquinanti possono invece dimostrarsi positive per il mantenimento dell'equilibrio dell'ecosistema.
A dare notizia di questo inatteso risultato è un articolo appena pubblicato sulla rivista Nature. Si tratta del resoconto di uno studio che spiega cosa influenza la capacità delle foreste nel funzionare come veri e propri serbatoi di carbonio: un esito raggiunto dopo tre anni di rilevamenti nell’ambito del progetto europeo CARBO-EUROPE, effettuati grazie a stazioni mobili di monitoraggio dislocate in 5 paesi europei, tra i quali anche l’Italia, e dopo l’analisi di oltre 15 set di dati, raccolti in diversi continenti. Lo studio è riuscito a definire quali sono le dinamiche che controllano l’assorbimento di anidride carbonica e a chiarire quali saranno gli effetti delle politiche ambientali del XXI secolo.
Tra i dati emersi, la sorpresa riguarda in particolare gli effetti della deposizione al suolo di composti dell’azoto, presenti nell’atmosfera in buona parte a causa dell’inquinamento di origine antropica: emissioni industriali, veicolari, agricoltura intensiva, ecc. "Attraverso l’elaborazione di dati sperimentali raccolti dall’Alaska al Mediterraneo e dalla Nuova Zelanda alla Siberia, è stato dimostrato che esiste una relazione stretta e positiva fra l’azoto e l’accumulo netto di carbonio nelle foreste", spiega Federico Magnani, docente presso il Dipartimento di Colture Arboree dell'Alma Mater. "Per ogni chilogrammo di azoto che piove sulle foreste come risultato ultimo dell’inquinamento, circa 400 chilogrammi di carbonio in più vengono raccolti dall’ecosistema. Senza ovviamente concludere che l’immissione in atmosfera di composti dell’azoto vada incentivata, abbiamo messo in evidenza come il cambiamento climatico globale sia un fenomeno complesso in cui si possono determinare inattesi, quanto importanti, fenomeni di compensazione".
Lo studio dimostra insomma che l’assorbimento di anidride carbonica da parte delle foreste è influenzato in modo decisivo dalle attività dell’uomo, il cui comportamento diventa quindi cruciale, anche sotto questo aspetto, nel determinare i mutamenti del clima. Secondo Marco Borghetti, uno degli autori dello studio, "per avere foreste efficaci nel sottrarre anidride carbonica all’atmosfera bisogna ridurre la fase di senescenza del bosco, pianificando nei tempi opportuni gli interventi selvicolturali. Così come è importante limitare le lavorazioni del terreno al momento della piantagione degli alberi. O, meglio ancora, adottare metodi selvicolturali che consentano alla foresta di rinnovarsi per via naturale, facendo in modo che quando si taglia un albero vecchio ce ne sia uno giovane pronto a sostituirlo".
Occorre quindi essere cauti quando si fanno previsioni a lungo termine, fondate sull’estrapolazione di singoli fenomeni, valutati in isolamento l’uno dall’altro. E’ invece attraverso un’analisi d’insieme, che tenga conto della complessità della realtà e delle interazioni fra i diversi processi, che si possono delineare scenari futuri credibili e definire strategie utili per la conservazione dell’ambiente. Ed è proprio in questa ottica che da oltre 15 anni è attiva in Italia una rete di monitoraggio, che permette di studiare il respiro della vegetazione: sofisticati strumenti che consentono di contare i "pacchetti" di aria che le foreste catturano e poi liberano dopo averli depurati dall'anidride carbonica. Un’attività confluita dal 2006 in CarboItaly, progetto finanziato dal Ministero dell’Ambiente e coordinato dal Prof. Riccardo Valentini, che consentirà all’Italia di contribuire a definire le politiche ambientali del futuro.