Unibo Magazine

Parte oggi, per un totale di cinque incontri fino a giugno, la rassegna "Lo spazio della parola. Aperitivi filologici", ideata e curata da Francesca Florimbii, docente di Filologia della Letteratura italiana dell’Università di Bologna.

Il ciclo sarà inaugurato oggi, venerdì 25 febbraio alle 18.30, da Ivano Dionigi, ex Rettore e professore emerito dell'Alma Mater, per proseguire fino a giugno con lo psichiatra Vittorio Lingiardi, il biblista Ludwig Monti, il semiologo Stefano Bartezzaghi, la filologa docente Unibo Paola Italia.

Perché parliamo male? Con questa domanda parte la rassegna e l'intervista al prof. Dionigi:

"Parliamo male perché abbiamo messo in atto un divorzio, una separazione tra le parole e le cose, in sostanza tra le parole e i fatti. Per questo nascono le fake news. Alle parole, oggi, non corrispondono più i fatti".

Non parliamo più come in passato?

"Purtroppo no. Abbiamo ridotto drasticamente il nostro vocabolario. Fino a qualche decennio fa, gli italiani usavano alcune migliaia di parole; oggi ne usano un centinaio. Parliamo male perché oggi siamo nel regno dell'online, della dematerializzazione e la parola fa fatica ad affermarsi. Ormai si riduce tutto in immagini".

La tecnologia e tutti i nuovi mezzi di comunicazione possono aver influito sulla perdita di valore delle parole?

"La tecnologia ha molti vantaggi, è veloce ma semplifica, riduce la complessità e non la interpreta. La tecnologia è più orizzontale, superficiale. La parola è verticale, non è legata né al singolo né al presente, ma alla società, alla storia".

Pensa che possa esserci un ritorno alle origini? La necessità o il desiderio di dare nuova vita e valore alle parole che usiamo?

Quando diciamo Tecnica, Logica, Poesia noi parliamo greco; se diciamo Repubblica, Prudenza, Religione, noi parliamo latino. Basti pensare che le tre parole più usate, negli ultimi due anni, sono state la parole greche e latine Pandemia, Vaccino, Virus. Ci manca questo continuum. La lingua è un fatto sociale e storico. Noi parliamo la lingua che hanno parlato i nostri padri secoli fa e questa grande eredità rischia di venire meno.

Dove si trova la lingua più fresca?

Nella poesia. Il poeta è colui che crea e la poesia è fatta di parole autentiche.

Quale potrebbe essere la soluzione?

Il silenzio. C'è troppo rumore. Il silenzio incornicia la parola, la precede. La cosa più eloquente è il silenzio. Poi ci sono le parole.

Guardando alle nuove generazioni, quale consiglio si sente di dare?

I giovani devono avere il loro linguaggio ma devono studiare, conoscere la lingua, la storia. Bisogna prima conoscere e poi sulla base della conoscenza si può cambiare e variare. La lingua è un'eredità ma ha anche un compito. La parola è "invenire" che, in latino, significa scoprire, dissotterrare, scoprire. Dobbiamo quindi inventare parole nuove.

Qual è la parola che ama di più?

La parola che amo di più è Contestare.
Noi oggi abbiamo banalizzato questa parola, dandole il significato di protestare, essere contro.
In realtà, deriva dal latino cum testis che significa "essere chiamati tutti a testimonianza".
Oggi dobbiamo testimoniare ciò che di bello e di brutto avviene.
Bisogna dirlo.