A Naica, stato di Chihuahua, c'è una delle più grandi miniere del Messico: il sottosuolo è ricco di solfuro di piombo, un materiale che al suo interno racchiude argento. L'attività estrattiva ebbe inizio già sul finire del '700, e nei primi anni del secolo scorso sono state avviate le prime lavorazioni sotterranee. Decenni di scavi e di tunnel che si sono spinti sempre più in profondità, e che hanno finito per svelare qualcosa di più, oltre al pregiato metallo. Nel 2000, a 300 metri sottoterra, sono state scoperte cavità ipogeniche (ovvero senza collegamenti con l'esterno) dentro le quali si cela uno spettacolo unico e straordinario: cristalli di gesso, insolitamente trasparenti e di dimensioni eccezionali. Partendo dalle pareti delle grotte, si estendono fino a raggiungere, in alcuni casi, gli 11 metri di lunghezza.
Paolo Garofalo, docente al Dipartimento di Scienze della terra e geologico-ambientali dell'Alma Mater, ha guidato una ricerca per capire qualcosa di più sulla loro origine e composizione. Non poche le sorprese che ne sono uscite, sia per quanto riguarda formazione dei cristalli, che per la metodologia di analisi adottata.
Dottor Garofalo, ci racconta questi cristalli eccezionali?
A trecento metri di profondità nella miniera di Naica sono state scoperte delle cavità, simili alle nostre cavità carsiche, che non hanno (o meglio avevano) un collegamento diretto con la superficie. A partire dalle pareti di queste cavità sono cresciuti dei grandi cristalli di gesso. Nelle grotte più profonde, possono raggiungere gli 11 metri di lunghezza. Sono dimensioni straordinarie: nelle cavità più vicine alla superficie, per capirci, i cristalli più grandi che si possono trovare superano di poco il metro di lunghezza. Anche il colore è insolito. Il gesso generalmente ha un colore chiaro ma opaco, tentende al rosato. Alabastrino. Lo si vede spesso anche a Bologna nelle basi delle colonne che sostengono i portici. I cristalli di Naica invece sono completamente bianchi e trasparenti. Anche per questo abbiamo voluto capire come si siano formati.
Come è nata la ricerca?
I cristalli sono stati scoperti dieci anni fa da una coppia di fratelli, i fratelli Delgado, che stavano esplorando il reticolo di gallerie della miniera. E' stato immediatamente chiaro che il contenuto delle cavità era eccezionale, ma anche che l'ambiente non era facilmente accessibile. Si tratta di grotte completamente isolate, che ancora adesso mantengono temperature vicine a quelle di formazione dei cristalli, attorno ai 50 gradi centigradi. E un tasso di umidità relativa vicino al 100 per cento. I proprietari della miniera hanno deciso di divulgare la scoperta a scopo pubblicitario e hanno quindi cercato una squadra di persone che fosse all'altezza, sia dal punto di vista tecnico che per conoscenze. La scelta è ricaduta sul gruppo di speleologi italiani La Venta e sulla messicana Speleologic Research and Film. Tra i membri de La Venta c'è anche Paolo Forti, ordinario di Speleologia all'Università di Bologna. E' stato lui a raccontarmi dei cristalli e da qui è partita la ricerca.
In che modo siete riusciti a risalire all'origine dei cristalli?
Quelli di Naica sono cristalli molto antichi, alcuni risalgono a 190mila anni fa. Per capirne la composizione è stato innanzitutto necessario lavorare sulla chimica del fluido madre, il liquido che penetrando dall'esterno e mischiandosi con diversi elementi finisce per creare i cristalli. Nella miniera si possono trovare delle microcavità che ancora lo contengono. Si ricavano così i dati sulla concentrazione degli elementi chimici, da incrociare con i dati sulle temperature. C'è poi un altro elemento che abbiamo preso in analisi, e che finisce per rendere unica la ricerca: i pollini. Nonostante, come detto, le grotte siano a 300 metri di profondità e non avessero alcun collegamento diretto con la superficie, nei cristalli di gesso sono infatti rimasti intrappolati dai granelli di polline. Trasportati dall'acqua, si sono infiltrati nel terreno e sono via via scesi lungo le fratture sotterranee, finendo per far parte del fluido madre.
Cosa ci dicono allora l'analisi chimica del fluido e quella dei pollini?
I pollini ci forniscono un importante elemento di collegamento con la superficie. E ci suggeriscono che, al contrario di quanto si è pensato fino ad oggi, la composizione dei fluidi in profondità (e quindi le particolarità dei cristalli che si vanno a formare) possono essere il relazione con i cambiamenti climatici in superficie. C'è un lago poco lontano da Naica, il lago Babicora: oggi è piuttosto piccolo, ma un tempo era parecchio più esteso, copriva decine di chilometri di territorio. Il clima era quindi diverso da quello attuale, arido e secco, e di conseguenza anche la vegetazione lo era. Ne abbiamo avuto prova proprio osservando i pollini. Attraverso i pollini possiamo capire quali siano state le variazioni climatiche: il clima, le temperature e le acque che filtrano dalla superficie in profondità hanno creato nel corso dei millenni la combinazione che ha generato questi cristalli.