Tempo di olimpiadi a Milano. Il 9, il 10 e l’11 marzo il capoluogo della Lombardia ospiterà le olimpiadi italiane di informatica. A sfidarsi saranno una novantina di studenti delle scuole secondarie superiori. Alle loro spalle già due selezioni: quelle di ottobre nei rispettivi istituti (circa 500 per un totale di 10.000 studenti) e quelle di gennaio a livello regionale. All’orizzonte, le olimpiadi internazionali in Messico ad agosto. Saranno in quattro ad andarci. I quattro migliori tra i venti vincitori delle selezioni nazionali, scelti al termine di una formazione specifica che si terrà ad aprile e maggio. Per vincere la medaglia d’oro, superando in bravura le delegazioni di altri 70 paesi, dovranno ottenere il massimo dalle due manche della gara finale. Cinque ore ciascuna, con tre problemi da risolvere. "Il livello di difficoltà dei quesiti è tale – dice Giorgio Casadei, docente di Informatica all’Università di Bologna – che secondo me la maggior parte degli iscritti al secondo anno di Informatica non sarebbe in grado di risolverli".
Le olimpiadi internazionali di informatica si svolgono dal 1989 sotto il patrocinio dell’Unesco. L’Italia vi partecipa dal 2000. "Le olimpiadi dell’informatica – afferma Casadei, da 5 anni membro del comitato organizzatore – sono uno stimolo per avvicinare i ragazzi all’informatica, un linguaggio che aiuta a capire le esigenze, formalizzare i problemi e proporre delle soluzioni". "Programmare un computer – continua il docente - è un allenamento sistematico per diventare organizzatori di se stessi. Si impara a saper fare, imparando a far fare le cose al computer". E, come per le lingue, si impara soprattutto da giovani. A scuola, quindi. "Ma ai licei – lamenta Casadei – dove vanno i ragazzi migliori non si insegna l’informatica. Al Ministero purtroppo non hanno ancora capito l’importanza formativa di saper programmare un computer".
Come ogni altra olimpiade, inoltre, le olimpiadi dell’informatica sono per chi vi partecipa un’esperienza emozionante e coinvolgente. C’è, prima di tutto, la tensione. "Una ragazza cinese – ricorda Casadei – pianse per aver vinto l’argento. Per lei, come per tutti i ragazzi dei paesi in via di sviluppo, il successo è qualcosa che può portare alle migliori università del mondo, qualcosa che cambia la vita". E poi c’è il confronto tra mille culture. "Un nostro ragazzo – continua ancora Casadei – ha partecipato a due edizioni. In una ha vinto l’argento, nell’altra l’oro, ma quello che mi ha colpito di più è il suo cambiamento. Il primo anno era chiuso, scontroso, sempre con il Pc sulle gambe. L’anno dopo, chiamato sul palco a raccontarsi, sembrava un attore di Hollywood".
"E’ un’esperienza che segna", conclude Casadei. E che dura nel tempo. Molti dei vincitori delle passate selezioni nazionali lavorano ora assieme agli allenatori, portando la loro esperienza alle nuove leve. I loro nomi arriveranno tra pochi giorni.