Il programma europeo che si occupa dello studio dei microrganismi patogeni negli alimenti è giunto alla fase operativa, con l’avvio del trasferimento dei risultati alle industrie per la sperimentazione su larga scala.
Nonostante gli investimenti significativi, l’incidenza di patologie causate dal cibo è ancora molto alta in Europa e, inoltre, le azioni intraprese per controllare i patogeni alimentari differiscono in tutti i paesi europei. Si stima che ogni anno queste patologie siano la causa di oltre due milioni di casi nella sola Gran Bretagna con 21 mila ospedalizzazioni e oltre 700 morti. Obiettivo del progetto che coinvolge oltre quaranta enti di ricerca pubblici e aziende di sedici paesi europei ed extraeuropei è ridurre l’incidenza di microrganismi patogeni nella catena alimentare, contribuendo, inoltre, a uniformare gli interventi nel campo della sicurezza alimentare.
Bruno Biavati è responsabile dell’unità che si occupa dell’applicazione all’industria dei risultati delle ricerche. L’incontro dei partner europei presso l’Ateneo bolognese è l’occasione per visitare le aziende italiane coinvolte, tra le quali c’è la Granarolo. Il progetto è partito proprio dalle esigenze delle industrie che sono state "intervistate" per raccogliere i problemi più frequenti incontrati in filiera per il controllo dei patogeni. Latte, latticini, suini, bovini, pollame e derivati: gli alimenti oggetto di studio sono numerosissimi.
Il professor Biavati lavora con i probiotici dagli anni settanta e presso l’Università di Bologna è presente una delle più grandi collezioni al mondo di questi microrganismi. Lo studio finora condotto ha consentito di individuare microrganismi "probiotici" che assunti nell’alimentazione animale, sono in grado di ridurre l’uso di antibiotici e la possibilità che agenti patogeni contaminino gli alimenti. "Abbiamo testato su linee cellulari animali la capacità di microrganismi probiotici di attaccarsi e occupare spazi altrimenti usati dai patogeni" spiega Bruno Biavati. "In questo modo, i probiotici inseriti nella dieta animale consentono di ridurre l‘incidenza di microrganismi indesiderati fin dall’inizio della filiera alimentare". Secondo un rapporto del 2003, la maggior parte dei paesi europei limita infatti le attività di controllo ai prodotti finali e non considera invece la filiera completa, non valutando ad esempio il ruolo dei mangimi e del cibo per gli animali nell’introduzione di patogeni.
Dalla listeria al virus dell’epatite, alle ocratossine, i ricercatori di Pathogen Combat hanno affrontato il problema su più fronti, per mettere a punto nuovi metodi efficaci e rapidi per identificare con certezza e in modo quantitativo microrganismi e virus indesiderati ma anche modelli matematici per il controllo dei patogeni su tutta la filiera alimentare fino al consumatore. Il progetto si concluderà nel 2010.