Unibo Magazine

Il Premio Francesca Alinovi viene dato annualmente da un gruppo di Amici di Francesca costituito da chi le fu particolarmente vicino nella sua attività critica (Renato Barilli, Roberto Daolio, Alessandro Mendini, Loredana Parmesani, Franco Quadri) e destinato a persone che abbiano recato rilevanti contributi alla causa della convergenza delle arti. Nell’albo d’oro dei suoi ventiquattro anni d’esistenza figurano molti nomi importanti, da Luigi Ontani che nel 1986 ha inaugurato la serie, a Piero Gilardi e ancora Marcello Jori, Cuoghi e Corsello, Eva Marisaldi, Sissi, Alessandra Tesi, Gianni Caravaggio, Loris Cecchini, Enrica Borghi. Non mancano neppure rappresentanti del design (Denys Santachiara), della moda (Antonio Marras), del teatro (Societas Raffaello Sanzio, il duo Antonio Rezza e Flavia Mastrella).

Quest’anno gli Amici di Francesca, unanimi, hanno concentrato la loro attenzione sulla coppia Emiliano Perino (1973) e Luca Vele (1975), artisti di nascita e di residenza campana, presenti da tempo nelle più importanti mostre nazionali e internazionali. Il premio sarà consegnato giovedì 10 dicembre (ore18), con una cerimonia nell’Aula magna del Complesso di Santa Cristina (piazzetta Morandi, 2).

Difficile, ma anche molto suggestivo, tentare di definire il lavoro dei due artisti campani, che pare muovere da un’ansiosa ricerca in soffitte o in depositi di materiale di scarto, dove antichi e sdruciti materassi giacciono nella polvere del tempo. Ma i logori manufatti umani assumono anche le sembianze di enormi epidermidi di mostri, non si sa se presenti in qualche parco zoologico o strappati da sedimenti di rocce secolari. Ne viene come una gualdrappa sterminata, espansa senza limite, che va a coprire a sua volta altri manufatti, come uno strato limaccioso che avvolge, inghiotte, ma anche modella, dà vigore plastico alle forme.

Dalla realtà, in una produzione del genere, si scivola facilmente nel sogno, nel delirio onirico. Viene da pensare alle selve arcane e ai mostri antidiluviani che anche Alberto Savinio faceva sorgere dalla sua fantasia, ma limitandosi ad accamparli sulla tela, mentre Perino e Vele danno loro una tangibilità reale, un effettivo ingombro fisico. Il riferimento a delle sorte di materassi vale anche per i nodi che ritmicamente li solcano, come a costituire un motivo di microcellule sciamanti a picchiettare quelle immani escrescenze ed emanazioni. Il tutto garantisce una dimensione spettacolare, un teatro di evoluzioni mute e silenti, un accumularsi di candidi fantasmi, non si sa se per dar luogo a una commedia faceta e irrisoria oppure a un dramma volto a scoprire reconditi segreti di famiglia.

Il Premio Alinovi è "povero ma bello", non consegna denaro ma un’opera che il vincitore dell’edizione precedente, in questo caso Enrica Borghi, consegna a chi le succede. Un’altra piacevole caratteristica di questo Premio è l’alternarsi delle sedi bolognesi, un anno l’Università, un altro l’Accademia di belle arti, per effetto della collocazione di due membri della giuria. Barilli e Daolio. A sua volta il membro milanese, Quadri, ne garantisce pure una solenne proclamazione nel corso della notte del Patalogo, quando nella città ambrosiana si consegnano i premi dati dai critici teatrali ad ogni figura e protagonista del loro settore, tra cui i vincitori dell’Alinovi vengono inseriti in forza del valore spettacolare che sempre ne accompagna le opere.

E’ anche tradizione che la cerimonia di premiazione sia accompagnata dalla conferenza data da un rappresentante delle nuove leve della critica, volta a tratteggiare la situazione in atto. Per quest’anno la scelta è caduta su Guido Bartorelli, dell’Università di Padova, che parlerà di "Una nuova sfida per l’arte: la prova dell’estetica amatoriale".