Unibo Magazine

Un momento insieme a giovani studenti, insegnati, rappresentanti dell’Università e della Regione per ricordare Hamida Barmaki e la sua famiglia, i suoi quattro figli (la più grande di 14 il più piccolo di appena 2 anni), suo marito Massud Yama, uccisi lo scorso 28 gennaio in un attentato suicida a Kabul, assieme ad altre venti persone. Laureata a Kabul in Law and Political Science, nel 2005 Hamida aveva passato quasi un intero anno all’Università di Bologna per frequentare il master in Development Innovation and Change (MiDIC). Con lei erano arrivate in Italia le tre figlie Narwan Dunia, Wira Sahar e Marghana Nila.

Questa mattina alla Scuola Secondaria di I grado "Salvo D’Acquisto" una commossa e partecipata cerimonia ha ricordato la donna, madre e insegnante afghana. Al termine è stata svelata la targa che intitola ad Hamida e alle sue tre figlie l’Aula Multimediale della Scuola Primaria "Bottego", alla quale Narwan Dunia e Wira Sahar erano iscritte. I loro compagni di classe, la maestra Sandra Chiarelli, il dirigente scolastico passato Pietro Bertacchi hanno ricordato emozionati i giorni passati insieme alle bambine e alla loro madre. Parole sentite pronunciate anche dalla dirigente scolastica Amneris Vigarani e dall'assessore regionale Donatella Bortolazzi.

"L’arrivo di Hamida all’Università di Bologna - ha ricordato la delegata del Rettore per le Relazioni internazionali Carla Salvaterra - ha cambiato le cose: ha cambiato il modo con cui l’Università si rapporta con gli studenti. Grazie all’esperienza di Hamida, la sua volontà di venire qui a studiare dall’Afghanistan, portando con sé le figlie, l’Università ha dovuto interrogarsi su come cambiare la propria organizzazione per venire incontro ad esigenze particolari". Ogni studente è una persona singola, ognuno con le proprie specificità di cui tenere conto e verso cui adoperarsi. In occasione della visita di Hamida in Ateneo si era mossa anche l'Associaizone dellle docenti universitarie (Addu), ideando un calendario con una serie di ricette per raccogliere fondi da donare alla donna afghana e alla sua famiglia.

Dopo il periodo passato in Italia, Hamida era tornata in Afghanistan e lì aveva insegnato come professore associato di Diritto civile, adoperandosi in particolare nella promozione dei diritti dell’infanzia, collaborando con l’Unicef e ricoprendo l’incarico di commissario per i diritti dell’infanzia della Afghan Independent Human Rights Commission. Aveva dimostrato il proprio impegno anche nella difesa dei diritti delle donne nei paesi islamici, scrivendo sul tema libretti informativi e diventando membro del consiglio delle donne del suo Ateneo.

Un’esperienza, quella di Hamida e della sua famiglia a Bologna, che ha segnato persone e istituzioni e non è certo passata senza lasciare traccia. Hamida e le sue bambine sono ben ferme nel ricordo di chi ha avuto la fortuna di incontrarle o anche solo ha sentito raccontare la loro storia.