Unibo Magazine
Dall’8 giugno all’11 giugno Bologna ospiterà il 6° Congresso Internazionale della I.A.T.S. (Associazione Internazionale di Tanatologia e Suicidologia), che si svolge in Italia per la prima volta. Il tema del congresso sarà la "buona morte": nel corso delle quattro giornate, si parlerà di questioni come la mortalità infantile, il suicidio e l’accanimento terapeutico, e si cercherà capire in quali casi si può parlare di "buona morte" e cosa essa significhi per chi ha subito un lutto.

"E’ un’assoluta novità parlare in modo così esplicito di questi argomenti in Italia, dove gli studi di tanatologia sono ancora in una fase adolescenziale", fa notare il prof. Francesco Campione, docente di Psicologia Medica e Psicodiagnostica alla Facoltà di Medicina e presidente della I.A.T.S. "Tuttavia – prosegue il docente - l’attenzione verso queste tematiche è aumentata, sia per i fatti di cronaca, sia grazie alla nascita degli Hospice e oggi c’è tutto un settore della medicina che si occupa del "morire bene" anche da noi".

Centrale nel dibattito sarà la presentazione di un progetto di legge sull’eutanasia, pensato dallo stesso Prof. Campione, secondo il quale "l’Italia è uno dei pochi paesi in cui è chiarissimo che non c’è la possibilità di una legge sull’eutanasia se non si raggiunge un accordo fra la cultura laica e quella cattolica". Il progetto di legge vuole essere una provocazione per dimostrare che queste due culture possono essere conciliate.

Nel corso degli incontri verranno, inoltre, toccati alcuni punti in cui l’Italia è ancora debole. Ad esempio, non esiste ancora nel nostro paese un libro sulla tanatologia, una lacuna a cui si rimedierà con la pubblicazione della traduzione italiana di "The last dance: Encountering Death and Dying", il trattato di tanatologia più venduto in America. Un secondo punto riguarda, invece, la mortalità infantile e l’aiuto ai bambini che hanno subito traumi o perdite gravi, temi molto delicati, ma spesso trascurati.

Anche dopo il congresso, inoltre, si continuerà con la costruzione di una rete di aiuto psico-sociale per le persone che hanno subito un lutto. Si tratta del progetto "Rivivere", promosso dal Dipartimento di Psicologia, che si propone di estendere a tutto il paese il servizio di sostegno per chi ha subito una perdita, che oggi l’Università fornisce solo ad un numero ristretto di persone. Il progetto non si rivolge unicamente a coloro che devono affrontare morti violente o suicidi, ma a chiunque abbia bisogno di sostegno dopo la morte di una persona cara. "Il 30-50% delle persone in lutto cui ci siamo rivolti ha accettato di farsi aiutare", aggiunge il professore. Ciò significa che la maggior parte delle persone ha bisogno di sostegno per affrontare la perdita di un proprio caro. La percentuale, naturalmente, cresce notevolmente se si tratta di un lutto traumatico, come un suicidio o una morte violenta.

"Il lutto – spiega il prof. Campione – è la situazione di maggiore abbandono per le persone. Si fa molto poco per le famiglie dopo la morte dei propri cari". Una delle poche cose che si fanno in Italia è il sorgere spontaneo di gruppi di mutuo aiuto, con i quali nel corso del congresso si ipotizzeranno linee di collaborazione. Secondo Campione ci sarebbe un fatto culturale che ostacola il lutto, soprattutto in Italia. La stessa legge stabilisce che si deve tornare al lavoro dopo soli tre giorni dalla morte di un parente, come se nulla fosse successo. Invece, la persona dovrebbe avere il tempo e la possibilità di elaborare il lutto, altrimenti, a lungo andare, questo dolore potrebbe trasformarsi nella grande malattia del nostro secolo: la depressione.

 "Aiutare le persone che hanno subito un lutto è un problema sociale importantissimo - conclude Campione – perché coinvolge tutti noi, direttamente o indirettamente".