Unibo Magazine

Il Ministro dell’Istruzione, Letizia Moratti, ha salutato l’ormai imminente apertura dell’anno scolastico presentando un bilancio del quinquennio 2001/05. E’ online nel sito del Ministero il documento che riassume i dati più significativi. Tra i principali obiettivi raggiunti sono segnalati in apertura l’innalzamento dell’obbligo scolastico, il calo degli abbandoni, il potenziamento della lingua inglese e l’aumento del numero di computer.
Per il pedagogista dell’Università di Bologna, Franco Frabboni, si deve però parlare di una "bocciatura solenne". "I numeri – precisa il docente – sono verosimili ma manipolati".

A partire dal primo punto, che dire dell’innalzamento dell’obbligo scolastico?
"Il Ministro in realtà ha abolito l’obbligo. Esiste è vero un percorso formativo fino ai 18 anni, ma è la famiglia che se ne deve fare carico e, se il genitore non riesce a coprire le spese, il ragazzo andrà a lavorare già a 14 anni. Occorre inoltre scegliere molto presto tra lavoro, formazione professionale e liceo, secondo l’assunto che le capacità vanno sviluppate rapidamente, ma la scuola non può costruirsi solo sulle attitudini, perché lasciare decidere l’attitudine, determinata in larga parte dall’ambiente, significa creare delle differenze. Se ci fosse stato questo modello di scuola "fai da te", io, figlio di padre disoccupato e madre sarta, sarei potuto diventare solo un muratore. Come teorizza tutta la pedagogia, occorre quindi più equilibrio: tra il rispetto delle diversità e l’uguaglianza delle opportunità".

La riforma dei cicli sembra però aver ridotto il numero degli abbandoni?
"Il documento afferma che il numero degli abbandoni è sceso dal 25% nel 2001 al 20% nel 2005. In primo luogo, il dato è falso perché solo il 68% degli studenti completa le scuole secondarie superiori. Questo valore inoltre è confrontato con una media europea segnalata al 18%, ma tale media è calcolata considerando tutti i nuovi entrati nell’Unione, ovvero paesi dotati di un sistema educativo arretrato. Nell’Europa dei quindici, la media degli abbandoni scende invece al 9,1%".

Il documento segnala poi un miglioramento della didattica. Si dice in particolare che un milione di bambini in più studia l’inglese e che ora le scuole dispongono di un Pc ogni dieci alunni.
"In questo caso il problema non è nei numeri ma nella qualità. Per quanto riguarda l’inglese, specie nella scuola primaria, è insegnato da persone che non lo sanno e che hanno frequentato solo un corso di tre mesi. E, per quanto concerne l’informatica, specie nel mezzogiorno dove mancano le strutture, i Pc restano negli scatoloni, trascurati da insegnanti che, in mancanza di un tutor, non li sanno utilizzare".

Oltre a inglese e informatica, la riforma ha dato spazio anche a discipline "sociali" come la convivenza civile, la sicurezza stradale, la legalità e la salute. E’ giusto che la scuola si occupi di questi temi?
"Questi progetti piacciono ai giovani e sono positivi perché permettono all’istruzione di fare progetti interdisciplinari. L’importante, però, è che l’investimento in questi nuovi settori non vada a discapito dell’alfabetizzazione".

Passando infine dalla scuola agli insegnanti, la formazione è adeguata?
"La formazione iniziale dei docenti, decritta all’art. 5 della legge 53, è uno dei punti migliori della riforma. Ha portato avanti un progetto avviato nel ’95, tracciando un percorso formativo 3+2 per la scuola materna, per la primaria e, presto, anche per la secondaria".

Formazione idonea anche al multiculturalismo?
"Noi, alla Facoltà di Scienze dell’Educazione, abbiamo già inserito molti insegnamenti votati al multiculturalismo, tema rispetto al quale torna importante il concetto di equilibrio: occorre evitare sia il ghetto, sia un’integrazione accelerata che tolga la pelle antropologica. Personalmente, apprezzo l’idea tedesca di affiancare ai normali docenti insegnanti madrelingua, che aiutino i ragazzi nell’inserimento".