È possibile risolvere l'enigma che più tormenta la cosmologia contemporanea perfezionando una tecnologia da tempo disponibile anche nei salotti delle nostre case? A quanto pare sì. È ciò che si propone SPACE, uno spettroscopio spaziale ideato per indagare la natura dell'energia oscura, che secondo le teorie più attuali costituisce il 70% dell'Universo e che ne sta accelerando l’espansione. Ma che ancora nessuno è riuscito a spiegare.
A Space partecipano numerosi ricercatori dell'INAF, ed è l'unico progetto a guida italiana, che ha superato la prima selezione, avvenuta nei giorni scorsi, del Programma dell’Agenzia Spaziale Europea, ESA, «Cosmic Vision 2015-2025», il Principal Investigator è infatti Andrea Cimatti professore di Astronomia all’Università di Bologna ed associato ad INAF.
Ammesso insomma ai "quarti di finale" nella gara fra le future missioni spaziali Europee e, se supererà anche le prossime selezioni, Space verrà messo in orbita nel 2017. A convincere l'ESA della validità della proposta, oltre al suo obiettivo ambizioso, è stata l'originalità della tecnologia scelta dai ricercatori.
Space si affida infatti a un sistema ultra-collaudato, già da tempo in uso nei moderni videoproiettori domestici a DMD (Digital Micromirrors Device). Un sistema che permette di controllare in modo indipendente, e ad altissima velocità, milioni di microscopici specchi: appena un centesimo di millimetro di lato ciascuno.
L'idea innovativa dei progettisti di Space è stata quella di utilizzare questa tecnologia "al contrario": invece che per proiettare i singoli pixel di un film su uno schermo, i circa 10 milioni di micro-specchi che formeranno l'occhio di Space saranno usati per analizzare, con un'efficienza altissima (grazie al fatto più specchietti possono osservare più sorgenti in contemporanea), lo spettro della luce emessa da mezzo miliardo di galassie. E per calcolarne la distanza. Così da ottenere il censimento "3D" più profondo e completo dell'Universo, fino alla distanza di 10 miliardi di anni luce.
«Conoscere lo spettro e misurare la distanza di un così grande numero di galassie - spiega Andrea Cimatti - ci permetterà finalmente di comprendere, grazie all'analisi delle oscillazioni nella densità della materia, la natura dell'energia oscura. Ed equivale in qualche modo a decodificare il DNA dell'Universo. Perché Space sarà in grado di fornirci una sorta di mappa evolutiva tridimensionale delle strutture a grande scala, ovvero gli ammassi di galassie e le galassie stesse: come si sono formate, come si sono evolute nell'Universo attuale, come le loro proprietà mutano in funzione del tempo cosmico».
La decisione finale sul destino di Space verrà presa, dopo un'analisi approfondita, a metà del 2008. Ma già essere giunti a questo stadio, vincendo una gara serrata con le circa 50 proposte ricevute dall'ESA nell'ambito di «Cosmic Vision 2015-2025», rappresenta un enorme successo.