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Nell’era della musica in formato digitale e della personalizzazione dell’ascolto che senso ha parlare di musica popolare? Che senso ha organizzare un festival di musica etnica? Ebbene, Nico Staiti, direttore artistico del Festival di musica etnica "Suoni dal Mondo" giunto alla sedicesima edizione, sostiene che "è proprio in una realtà come la nostra, culturalmente accerchiata, che ha senso proporre la riscoperta della tradizione musicale orale che, fortunatamente, è ancora viva e ha poco o nulla da condividere con i discutibili spettacoli di musica popolare offerti quotidianamente dai mass media".

Il Festival, organizzato dal Cimes, Centro del Dipartimento di Musica e Spettacolo dell’Università di Bologna, propone una serie di concerti, dal 28 ottobre al 3 dicembre 2005, a Bologna. Il programma scelto da Staiti, docente di Etnomusicologia al Corso di Laurea in Dams dell’Ateneo bolognese, esalta il rapporto sempre più stretto tra l’attività di ricerca musicologica e la proposta di musiche tradizionali che esulano da logiche di mercato e di consumo. Oltre ai tradizionali otto concerti, sono previsti anche, ad ingresso libero, tre incontri laboratoriali (4, 16 novembre; 1 dicembre) e una presentazione del CD con musica dell’area napoletana, a cura di Mario Orabona (26 novembre).

Gli spettacoli della sedicesima edizione, la seconda curata da Staiti, sono dedicati alla varietà di musiche e danze tradizionali dell’Italia: la polivocalità cluminisiana della Sicilia nord-orientale; balli e musiche del carnevale in Val Càffaro, Lombardia; il liscio romagnolo di Secondo Casadei e la tammurriata napoletana.

Il responsabile scientifico del Cimes, Gerardo Guccini, ha chiarito la scelta, derivata "dalla volontà di rappresentare musiche etniche fortemente radicate nei loro territori e riconosciute dalle comunità di appartenenza come le più rappresentative".

Il programma inoltre prevede due finestre sulla cultura extra europea, proposte in anteprima assoluta: un doppio concerto dedicato alle musiche dell’isola di Karpathos e, a chiusura della manifestazione, una serata dedicata alle musiche di villaggio del Burkina Faso.

Il Festival riceve il sostegno finanziario dell’Ateneo e si inserisce, ricorda il Prorettore Paola Monari, "in una logica che pone al centro la cultura"  suggerendo la riscoperta del fascino della tradizione musicale orale; l’unica in grado di veicolare, secondo Nico Staiti, "suoni che assecondano l’illusione di illustrare dove va la vita".