Unibo Magazine

E' uno dei funghi più preziosi: il pregiato Tuber melanosporum, meglio noto come tartufo nero. Una ricerca pubblicata su Nature racconta che si è riusciti a trovarne il sequienziamento genomico. Si aprono allora scenari del tutto nuovi sulla biologia di questo fungo, a partire dai processi che portano alla formazione del prezioso "tubero", per continuare con i meccanismi evolutivi che controllano la simbiosi con le radici delle piante (micorriza). Perché il tartufo nero? La scelta nasce dall'importanza agro-alimentare e culturale di questo fungo per molti paesi mediterranei, in particolare Francia e Italia.

Franco-italiana è infatti la rete di ricerca che ha lavorato al progetto. Il sequenziamento, coordinato da Francis Martin, direttore del laboratorio di Ecogenomics of Interactions dell'Inra di Nancy, è stato condotto da Génoscope, centro di ricerca francese dedicato ai sequenziamenti genomici. L'analisi e l'interpretazione si deve invece ad un consorzio di cinquanta ricercatori francesi e italiani. Il progetto, ha richiesto un'analisi fine e dettagliata del genoma fungino, che in Italia ha coinvolto il Dipartimento di Protezione e valorizzazione agroalimentare dell’Alma Mater, insieme ai gruppi di Parma e di Torino e a ricercatori del Cnr di Perugia e delle università de L’Aquila, di Roma e di Urbino.

I risultati più sorprendenti sono quelli quantitativi. Con 125 milioni di coppie di basi, il genoma del tartufo nero è il più grande tra quelli dei funghi fino ad oggi sequenziati. Responsabili di questa massiccia quantità di Dna sono sequenze ripetute, riconducibili a elementi genetici mobili (trasposoni): rappresentano il 58% dell'intero genoma. I geni che codificano per proteine sono 7500 e di questi circa 6000 trovano corrispondenza con i geni di altri funghi. Ma per diverse centinaia di geni non è così: si tratta di geni unici del tartufo, geni che possono svolgere un ruolo fondamentale nel controllo della formazione del corpo fruttifero e nello sviluppo della relazione simbiontica che si stabilisce con la pianta ospite. La disponibilità del genoma di Laccaria bicolor, un simbionte appartenente ad un gruppo di funghi diverso da quello di Tuber, ha permesso di confrontare i due funghi e ha evidenziato forti differenze nel modo in cui i due simbionti dialogano con le loro piante ospiti: la simbiosi micorrizica deve avere seguito strade molto diverse nel corso dell'evoluzione.

Al di là delle conoscenze di base e dell'interesse accademico, il genoma di Tuber melanosporum fornisce preziose informazioni di carattere applicativo. Basta pensare all'importanza e alla diffusione delle tecniche di tartuficoltura, oltre che al valore economico di questo prezioso prodotto, strettamente legato alla terra di provenienza: il Perigord e la Provenza per la Francia, l'Umbria, le Marche e altre regioni del centro-nord per l'Italia. La sequenza genomica mette a disposizione migliaia di marcatori genetici sparsi lungo tutto il genoma che verranno impiegati per evidenziare polimorfismi genetici (sequenze diagnostiche di Dna) nei tartufi provenienti da diverse aree. Le impronte genetiche ottenute permetteranno di tracciare i tartufi sulla base della loro provenienza, fornendo una sorta di certificazione del prodotto, ma potranno anche essere usate come strumento anti-frode. In Italia la commercializzazione di un numero limitato di specie di Tuber è regolamentata da una legge e il tartufo nero, così come il tartufo bianco di Alba, potrebbe essere sostituito da specie di minor valore.

I marcatori genetici emersi dal sequenziamento danno anche informazioni essenziali sulle regioni del genoma responsabili della produzione dell'aroma, così apprezzato dagli amanti del "diamante nero". Grazie all'identificazione delle regioni polimorfiche e dei geni che codificano per gli enzimi responsabili della formazione dei composti volatili, si potrà, entro breve tempo, definire un profilo genetico-molecolare che coniughi l'origine geografica dei tartufi neri con il loro profumo. L’analisi della sequenza genomica ha anche evidenziato il ridottissimo potenziale allergenico dei tartufi (solo di poco superiore a quello del lievito) e l’assenza delle principali vie metaboliche responsabili della formazione delle micotossine.

La tartuficoltura potrà trarre grandi vantaggi da queste informazioni, grazie alla possibilità di selezionare individui geneticamente caratterizzati e con tratti organolettici particolarmente pregiati per la micorrizzazione delle piante e la propagazione dei tartufi. Insieme alla identificazione dei geni che controllano i meccanismi di riproduzione del tartufo nero e che richiedono due fattori di segno opposto per garantire la compatibilità sessuale e il successo riproduttivo, si può ipotizzare un forte avanzamento (del tutto naturale) delle tecniche di coltivazione, che permetterà di guidare su basi scientifiche rigorose e obiettive le azioni dei tartuficoltori.