Unibo Magazine

La formazione continua rappresenta, senza dubbio, una leva indispensabile per affrontare nella Pubblica Amministrazione quel cambiamento sollecitato ormai da più parti. Ciò tanto più è vero quanto più si assiste nella PA a un passaggio dalla concezione gerarchica ad una di tipo funzionale,  basata cioè su ruoli, capacità propositive e di co-decisione. Ma quanto diffusa è la consapevolezza della valenza strategica della formazione? Lo abbiamo chiesto a Ernesto Vidotto, Presidente dell’Associazione Italiana Formatori (AIF) del Piemonte, responsabile P.A. AIF nazionale e membro del Comitato scientifico del Premio Basile, il premio che nato in memoria di Filippo Basile, il dirigente della Regione Sicilia ucciso nel 1999, ha tra le sue finalità quella di valorizzare e far conoscere le migliori esperienze formative realizzate nelle P.A.   
  
Dottor Vidotto, alla luce della sua esperienza a che punto è la consapevolezza che la formazione sia una leva strategica per il cambiamento tanto atteso nella PA?
"Quello che è stato coniato quasi come uno slogan, formazione per il cambiamento, corrisponde ad una realtà che può essere interpretata in molti modi. La formazione può essere un’effettiva leva nella riforma della PA. Lo è stato in molti casi negli ultimi 20 anni. Ma, per contro, la formazione è anche stata usata per amplificare riforme che non ci sono, e per nascondere pure operazioni di immagine. Esiste inoltre una via di mezzo quando un cambio di indirizzo politico o manageriale porta ad una riorganizzazione. In questo caso la formazione è uno strumento effettivo per il cambiamento organizzativo. Esistono insomma quasi tre modalità, tre interpretazioni del legame tra formazione e cambiamento che possono coesistere nel mondo delle PA".

Quali le norme e quali le risorse per la formazione?
"Ripercorre brevemente, a livello aggregato, il tema della formazione nella PA significa parlare come prima cosa dei cambiamenti del ruolo della formazione nella PA. La Direttiva "Frattini 1" ad esempio si è preoccupata della quantità delle risorse (1 per cento da dedicare alla formazione). Con la "Frattini 2" l’ottica si è spostata verso la qualità degli investimenti. Nel frattempo le PA, pur in maniera disomogenea, si sono impegnate su questo fronte e anche se non si è centrato l’obiettivo in toto, è stato raggiunto lo 0,70 %. Sono stati cioè, sempre a livello aggregato, triplicati gli investimenti in formazione, se si considera che partivano da uno 0,25 %. Le tendenze di questi anni (e non voglio esprimere giudizi politici) hanno più volte ipotizzato di ridurre la spesa pubblica. In realtà ciò non è mai avvenuto. Alcune risorse sono semplicemente state spostate. (riduzione di assunzioni o di formazione, spese in consulenza e comunicazione)".

Eppure nelle PA una contrazione degli investimenti destinati alla formazione c’è stata
"E’ verissimo e la cosa è emersa ad esempio da due diverse fonti: il Rapporto sulla Formazione del Dipartimento, e il Premio Basile, che pure si basa solo su casi di eccellenza. Nella realtà anche le amministrazioni virtuose hanno ridotto gli investimenti. Aggiungo che nelle ultime contrattazioni collettive non ne viene fatta menzione. La Finanziaria parla della nascita di una Agenzia per la formazione. Il presupposto ci trova assolutamente d’accordo. Razionalizzare le risorse è un bene, ma non è da escludere che possano esserci delle riduzioni di spesa. Infine un altro elemento, sempre a livello generale, è che molte risorse erano comunitarie e l’allargamento dell’Europa in realtà potrà provocare una riduzione da qui ai prossimi 7 anni".

Che cos’è il Premio Basile?
"E’ un premio indetto ogni anno dall’Associazione Italiana Formatori (AIF) per valorizzare, premiare e diffondere le migliori esperienze formative realizzate dalle Pubbliche Amministrazioni per lo sviluppo delle risorse umane e per un concreto miglioramento dei servizi ai cittadini".

Recentemente si è aperto all’estero. Quali, a suo avviso, le esperienze in campo internazionale da cui prendere riferimenti?
"In realtà, occorre fare una precisazione. Vorremmo che il Premio Basile fosse un premio internazionale, anche se ancora non lo è. Il fatto di tradurre in più lingue strumenti e metodologie ci ha permesso di accogliere anche esperienze europee ad esempio (una è proprio della Commissione Europea) negli ultimi due anni. Sono stati numericamente pochi fino ad ora. Cosa potremmo imparare? Credo che dagli esempi europei emerga soprattutto la presenza di un modello fortemente centrale. Un modello come l’Ena che negli scorsi anni ha fornito ad esempio concorrenti alla corsa all’Eliseo. Certo il prezzo da pagare rispetto a questo modello è in un minimo di mortificazione delle autonomie locali. Un altro modello, che un po’ stiamo già applicando, è quello anglosassone dell’amministrazione faro. In Italia però non sempre c’è il coraggio di individuare delle amministrazioni faro che mettano a disposizione i propri modelli. Certo esperienze, anche come il Basile, permettono uno scambio di piani e di metodologie, ma ancora non siamo in grado di individuare amministrazioni faro".

Si parla sempre di più di un approccio etico alla formazione, il progetto presentato dall’Università di Bologna ne è un esempio...
"Abusare troppo di etica ci porta ad essere meno etici. Certo questa è una provocazione. Al centro di AIF c’è sempre stata la persona. Formazione significa occuparsi di persone anche per favorire modifiche nei comportamenti. Una preoccupazione etica e non economica nei rapporti con le persone. Tracce di questa preoccupazione sono presenti ad esempio nel nostro statuto e nella carta dei valori. E l’importanza dell’approccio etico è evidente anche in due dei progetti premiati nell’edizione 2006: quello della Direction des Ressources Humaines di Trois-Rivières del Québec e quello dell’Alma Mater Studiorum- Università di Bologna che, con interventi formativi autogenerativi molto ben concepiti e solidi nella struttura di controllo, tende a migliorare l’inserimento dei disabili".