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E' venuto a mancare, giovedì 21 maggio, il prof. Fausto Curi, già docente e professore emerito di Letteratura italiana moderna e contemporanea presso l’Ateneo di Bologna dove ha insegnato dal 1967 al 2005. 

Dopo alcuni anni passati nei licei di Vicenza, dove era nato, Curi ha assunto il ruolo di professore incaricato presso la Facoltà di Magistero, costituita da pochi anni, con un insegnamento che rappresentava una novità nel panorama delle discipline umanistiche in Italia, dal momento che lo studio della letteratura del 900 si stava consolidando come disciplina a se stante ed era destinato a crescere anche per l’impegno di docenti che stavano maturando una visione complessa e articolata degli autori novecenteschi, attingendo alle nuove discipline capaci di portare prospettive inedite in un mondo universitario spesso rimasto fermo a consuetudini consolidate nella prima parte del secolo. 

La fenomenologia, rappresentata a Bologna da Luciano Anceschi, lo strutturalismo linguistico, con Luigi Heilmann e Luigi Rosiello, l’ermeneutica dei testi e la storia delle idee, di cui è stato maestro Ezio Raimondi, sono le principali tendenze critiche alle quali anche Curi, con una visione molto personale che lo porta ad affrontare autori rimasti spesso ignorati e ad elaborare un metodo di ricerca fondato su discipline di natura esplicitamente materialistica, come il marxismo e la psicanalisi. 

Il primo studio di Curi (nato dalla sua tesi di laurea) è dedicato a Corrado Govoni, poeta ferrarese allora poco considerato, e il suo primo libro di rottura forte con le tradizioni accademiche si intitola, non a caso, Ordine e disordine, ed esce nel 1965 n una collana di testi volutamente sperimentali dell’editore Feltrinelli. In copertina, una frase che contiene tutti gli sviluppi futuri della ricerca di Curi: “ogni volta che un poeta decide del proprio linguaggio decide di qualcosa che non è soltanto il linguaggio: decide del proprio modo di partecipare alla modificazione (o alla conservazione) del mondo”. 

Fausto Curi ha già preso parte, a Palermo, nel 1963, al primo congresso di autori e di critici che prende il nome di “Gruppo ’63” dove, con determinazione, si cerca una strada nuova per fare della letteratura uno strumento conoscitivo capace di scardinare vecchie verità, attraverso innovazioni linguistiche e elaborazioni teoriche assolutamente in controtendenza rispetto a quelli che allora erano gli autori forti che allora dominavano il campo letterario. Insieme a Curi, ci sono anche Renato Barilli e Umberto Eco, ma a dominare è l’intelligenza di Edoardo Sanguineti, con il quale Curi intrattiene un rapporto che durerà per tutta la vita, con scambi di idee, interpretazioni critiche compiute da Curi su tutta l’opera dell’amico, dibattiti pubblici e battaglie comuni. 

Dopo la formazione con Anceschi, l’amicizia con Sanguineti e il rapporto di lavoro con Ezio Raimondi diventano il centro da cui si muove la seconda fase della vita intellettuale di Curi, caratterizzata da una attenzione per il lato eversivo delle opere letterarie, per l’individuazione di ciò che veniva censurato in una ideologia borghese ancora permeata da pudori e da convenzioni. Così Curi inizia una personale rilettura della tradizione poetica del novecento italiano, mettendo in rilievo alcuni autori per lui importanti come Palazzeschi, Marinetti, Boine, Lucini, che già compaiono al centro del suo primo libro destinato a diventare quasi un classico della saggistica italiana, Perdita d’aureola, che esce in una collana di Einaudi destinata a fare storia, “La ricerca critica” (dove vengono pubblicati anche i saggi di docenti bolognesi che hanno fiancheggiato la carriera di Curi, come Guido Guglielmi, Gianni Celati, Mario Lavagetto, Ezio Raimondi). Curi arriverà, nella terza fase della sua carriera di saggista, a percorre l’intero panorama della poesia novecentesca con il libro La poesia italiana nel Novecento (Laterza, 1999), che può essere considerato il testo dove viene sintetizzato gran parte del suo lavoro di ricerca, che nel frattempo si è rivolto ad un altro grande classico rimasto in ombra, Renato Serra.

Dalla Facoltà di Magistero Curi passa alla Facoltà di Lettere e per due decenni e più lui e Guglielmi danno sviluppo all’insegnamento della Letteratura italiana moderna e contemporanea, creando un centro di studi fondamentale nel panorama accademico italiano. Dall’inizio degli anni settanta fino alla fine degli anni novanta sono centinaia gli studenti e le studentesse che scelgono questa disciplina per la loro tesi di laurea e che poi, entrati nel sistema scolastico, riescono a dare agli scrittori del ‘900 il rilievo che oggi hanno ottenuto anche nei programmi ministeriali. 

Nel momento in cui nascono i Dipartimenti come nuove strutture del sistema universitario, a Curi viene affidato il compito di dirigere il Dipartimento di Italianistica che si sta formando e che poi passerà nelle mani di Ezio Raimondi. 

La vivacità intellettuale, la sperimentazione, la spinta verso i grandi pensatori che modificano la concezione della modernità entrano negli studi di Curi con grande evidenza, e nascono libri come Parodia e utopia (1987), Strutture del risveglio: Sade, Sanguineti e la modernità letteraria (1991), La scrittura e la morte di Dio: letteratura, mito, psicanalisi (1996), ma bisognerebbe aggiungere molti altri titoli, dal momento che Curi ha continuato a scrivere anche molti anni dopo il suo pensionamento dall’Ateneo, dedicando studi a poeti e a problemi di critica del testo. 

Nel 1999, a Firenze, Curi, insieme ad alcuni docenti italiani appartenenti alla sua stessa disciplina, è stato tra i fondatori del MOD, la società italiana per lo studio della modernità letteraria. Nel 2021 gli è stato conferito il Premio Marino Moretti alla carriera.

La vita intellettuale lunghissima e l’attività di docente attentissimo al mondo studentesco ha reso Fausto Curi uno dei professori più insigni dell’Ateneo di Bologna.