Il buio è assoluto, un nero profondo che sembra annullare la vista. Ed è assoluto anche il silenzio: ogni suono esterno viene cancellato. L’acqua, invece, calda e ricca di sali, regala l’illusione di fluttuare nel vuoto.
Chiudersi in una vasca di deprivazione sensoriale significa fare i conti con i propri sensi (e la propria capacità di produrre senso) in un modo del tutto nuovo, insolito. La vera sorpresa, però, è che questo strumento – ideato negli anni ’70 dal neuroscienziato John Lilly con l’idea di azzerare tutti gli stimoli che animano il nostro cervello – non funziona.
"L'idea originaria per cui è nata la vasca di deprivazione sensoriale era ottenere un accesso al cervello nel suo funzionamento in purezza, nel vuoto, per poter studiare la mente umana in assenza di stimoli", dice Luigi Lobaccaro, ricercatore al Dipartimento di Filosofia, che si occupa di semiotica cognitiva e di scienze cognitive. "In questo senso, però, lo strumento non funziona, perché lo spazio della vasca non è realmente vuoto: al contrario, contiene quelli che Umberto Eco chiamerebbe 'ersatz' del vuoto, cioè stimoli surrogati del buio, del silenzio, dell'assenza di segnali".