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Il buio è assoluto, un nero profondo che sembra annullare la vista. Ed è assoluto anche il silenzio: ogni suono esterno viene cancellato. L’acqua, invece, calda e ricca di sali, regala l’illusione di fluttuare nel vuoto.

Chiudersi in una vasca di deprivazione sensoriale significa fare i conti con i propri sensi (e la propria capacità di produrre senso) in un modo del tutto nuovo, insolito. La vera sorpresa, però, è che questo strumento – ideato negli anni ’70 dal neuroscienziato John Lilly con l’idea di azzerare tutti gli stimoli che animano il nostro cervello – non funziona.

"L'idea originaria per cui è nata la vasca di deprivazione sensoriale era ottenere un accesso al cervello nel suo funzionamento in purezza, nel vuoto, per poter studiare la mente umana in assenza di stimoli", dice Luigi Lobaccaro, ricercatore al Dipartimento di Filosofia, che si occupa di semiotica cognitiva e di scienze cognitive. "In questo senso, però, lo strumento non funziona, perché lo spazio della vasca non è realmente vuoto: al contrario, contiene quelli che Umberto Eco chiamerebbe 'ersatz' del vuoto, cioè stimoli surrogati del buio, del silenzio, dell'assenza di segnali".

Questa contraddizione creata dall’esperienza della vasca di deprivazione sensoriale – che Lobaccaro ha indagato all’interno di un volume dedicato alle “Forme del silenzio” – apre diversi interrogativi sul modo con cui assegniamo senso e significati al mondo che ci circonda. Un orizzonte vastissimo che connette il pensiero di Umberto Eco alle indagini delle neuroscienze sul funzionamento dei meccanismi cerebrali.

“Il nostro cervello è una macchina di predizione: a partire dagli stimoli che riceve, genera continuamente delle ipotesi per interpretare il mondo che ci circonda”, spiega Giuseppe Di Pellegrino, professore al Dipartimento di Psicologia "Renzo Canestrari", esperto di neuropsicologia e neuroscienze cognitive. “Per far funzionare questo meccanismo, abbiamo una serie di rappresentazioni o di schemi mentali dei fenomeni e degli oggetti che conosciamo, e utilizziamo questi schemi per dare senso alle informazioni che ci arrivano dall’esterno, riducendo al minimo lo spreco di energia”.

Cosa succede, però, quando ci troviamo davanti a qualcosa che non conosciamo? Ad esempio, se provassimo un’esperienza nuova come quella di immergersi in una vasca di deprivazione sensoriale. Oppure – come direbbe Umberto Eco – se vedessimo un ornitorinco per la prima volta senza possedere le conoscenze necessarie per riconoscerlo.

“Eco si è occupato estesamente di questo problema e si è fatto proprio questa domanda”, dice Lobaccaro. “Di fronte a un ornitorinco, gli esploratori di fine '700 non riuscivano a trovare un’etichetta che gli permettesse di riconoscere di che animale si trattasse: furono quindi costretti a costruire una nuova etichetta per l’ornitorinco o come direbbe Eco un nuovo ‘tipo cognitivo’”.

Nel momento in cui osserviamo per la prima volta un ornitorinco, insomma, la nostra mente deve ricorrere a una serie di conoscenze precedenti per cercare di dare una forma a questo stimolo e categorizzarlo in qualche modo per ricondurlo a un concetto determinato. 

“Davanti a un ornitorinco andiamo a cercare nella nostra mente qualcosa di simile a ciò che stiamo vedendo, ma non trovando nulla andiamo incontro a un errore di predizione”, spiega Di Pellegrino. “E questo è un momento particolare, in cui la nostra attività neurale si accende e le nostre connessioni sinaptiche si modificano: in poche parole, stiamo imparando qualcosa di nuovo”.

Ma la costruzione di un “tipo cognitivo” passa anche dal confronto con gli altri: ognuno ha la sua idea di che cosa può essere un ornitorinco. E bisogna mettersi d’accordo per definire un “tipo cognitivo” condiviso.

"Una volta che si è formato nella nostra mente, un tipo cognitivo può essere descritto o rappresentato e diventare così un 'contenuto nucleare', e questo può essere quindi condiviso all'interno della comunità per arrivare a un riconoscimento comune della realtà", conferma Lobaccaro.

“Gli schemi mentali che ci consentono di riconoscere il mondo che ci circonda sono fortemente modulati dalla cultura e dai rapporti interpersonali”, aggiunge Di Pellegrino. “Siamo una specie sociale e questo ci offre un enorme vantaggio adattivo”.

Al buio, nel silenzio, il senso di vuoto della vasca di deprivazione sensoriale, insomma, è solo apparente. L’immaginazione si accende, i sensi diventano più ricettivi e possono anche comparire allucinazioni visive e uditive. Nonostante tutti gli sforzi che possiamo fare per isolarci dal mondo, la nostra mente continua a produrre segnali, pensieri, idee, emozioni. In una parola, significati.

  • Luigi Lobaccaro

    Luigi Lobaccaro

    Luigi Lobaccaro è ricercatore al Dipartimento di Filosofia. Le sue aree di ricerca sono la semiotica interpretativa, la semiotica cognitiva, le scienze cognitive 4E (embodied, embedded, enactive, extended) e la psicopatologia. In particolare, il suo lavoro si concentra sull'analisi interdisciplinare dei processi di significazione nella schizofrenia, tra cui lo studio del linguaggio schizofrenico, la relazione tra le narrazioni schizofreniche e l'esperienza incarnata, e la semiotica cognitiva dei deliri. Collabora con il Centro Internazionale di Studi Umanistici "Umberto Eco", con il Center for Knowledge and Cognition e con il Centre for Enactivism and Cognitive Semiotics.

  • Giuseppe Di Pellegrino

    Giuseppe Di Pellegrino

    Giuseppe di Pellegrino è professore ordinario di Neuropsicologia e Neuroscienze Cognitive al Dipartimento di Psicologia "Renzo Canestrari" dell’Università di Bologna. Si è laureato in Medicina e si è specializzato in Neurologia all’Università di Modena, conseguendo poi il dottorato di ricerca in Neuroscienze all’Università di Parma. Ha svolto attività di ricerca in Italia e all’estero ed è autore di numerose pubblicazioni scientifiche internazionali. I suoi interessi di ricerca riguardano le neuroscienze cognitive delle decisioni. Lavora presso il Centro Studi e Ricerche in Neuroscienze Cognitive del Campus di Cesena.