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L’utilizzo del paracetamolo da parte delle donne incinte non è associato all’insorgenza di autismo, disturbi neurologici o disturbi dell’attenzione nei bambini. Lo mostra una meta-analisi che ha preso in considerazione i risultati di 43 studi, su un totale di oltre 300 mila gravidanze. Pubblicata su Lancet Obstetrics, Gynaecology & Women's Health, l’indagine coinvolge studiosi delle università di Bologna, di Chieti-Pescara, di Ferrara, di Liverpool, del Karolinska Institutet (Svezia) e del St George's Hospital di Londra (Regno Unito).

"Dalla nostra analisi non emerge alcun aumento clinicamente rilevante del rischio di autismo o disabilità intellettiva nei bambini le cui madri hanno assunto paracetamolo durante la gravidanza", dice Lamberto Manzoli, professore al Dipartimento di Scienze Mediche e Chirurgiche dell'Università di Bologna, tra gli autori dello studio. "Il messaggio importante da sottolineare è quindi che l'utilizzo del paracetamolo è sicuro in gravidanza: rimane la prima linea di trattamento che raccomandiamo alle donne incinte in caso di febbre o dolori".

Il paracetamolo è infatti l’analgesico e antipiretico più utilizzato in gravidanza, raccomandato in tutto il mondo ed utilizzato in alternativa ad antinfiammatori non-steroidei. Nel settembre del 2025, però, l’amministrazione degli Stati Uniti aveva suggerito che l’utilizzo del paracetamolo in gravidanza potesse essere connesso all’insorgenza di autismo nei bambini.

L'impatto dell'annuncio fatto lo scorso anno dall’amministrazione degli Stati Uniti è stato sicuramente notevole: la nostra speranza è che questi risultati possano ora chiarire in modo definitivo la questione

Per indagare questa possibile correlazione, gli studiosi hanno analizzato e confrontato i risultati di 43 studi scientifici sull’utilizzo del paracetamolo in gravidanza. Gli studi sono stati scelti tra quelli realizzati con i metodi di ricerca più rigorosi: quelli a basso rischio di bias, quelli con almeno cinque anni di follow-up e quelli basati sul confronto tra fratelli. Questi ultimi, in particolare, permettono di mettere a confronto la salute di bambini nati da una stessa madre che ha però assunto paracetamolo solo durante una delle gravidanze. In questi casi si tiene conto quindi dei fattori genetici condivisi, della famiglia condivisa e delle caratteristiche genitoriali a lungo termine.

"I nostri risultati suggeriscono che i collegamenti segnalati in precedenza possono essere spiegati dalla predisposizione genetica o da altri fattori materni come la febbre o il dolore sottostante, piuttosto che da un effetto diretto del paracetamolo stesso", dicono Francesco D'Antonio, dell'Università di Chieti-Pescara, e Maria Elena Flacco, dell'Università di Ferrara, primi autori dello studio. "Le stesse conclusioni sono confermate anche da ampi studi basati sul confronto tra fratelli realizzati negli ultimi anni in Svezia e in Giappone".

Gli studiosi sottolineano che in tutto il mondo il paracetamolo resta uno dei farmaci più diffusi per trattare febbre e dolore in gravidanza, e in molti contesti è l’unica opzione sicura e accessibile per le donne incinte. Evitare di utilizzarlo sulla base di evidenze non confermate potrebbe mettere a rischio la salute sia delle donne che dei bambini. La febbre in gravidanza, in particolare, se non trattata adeguatamente può portare a gravi complicazioni tra cui aborto, anomalie congenite, nascite premature e disturbi del neurosviluppo.

“La nostra meta-analisi, la più ampia e rigorosa realizzata ad oggi su questo tema, supporta le raccomandazioni delle principali istituzioni mediche di tutto il mondo”, conclude Lamberto Manzoli. “L'impatto dell'annuncio fatto lo scorso anno dall’amministrazione degli Stati Uniti è stato sicuramente notevole: la nostra speranza è che questi risultati possano ora chiarire in modo definitivo la questione”.

Lo studio è stato pubblicato su Lancet Obstetrics, Gynaecology & Women's Health con il titolo “Prenatal paracetamol exposure and child neurodevelopment: a systematic review and meta-analysis”. Gli autori sono: Francesco D'Antonio (Università di Chieti-Pescara), Maria Elena Flacco (Università di Ferrara), Lorenza Della Valle (University of Liverpool, UK), Smriti Prasad (St George's University Hospitals, UK), Lamberto Manzoli (Università di Bologna), Athina Samara (Karolinska Institutet, Svezia) e Asma Khalil (St George's University Hospitals, UK).

  • Lamberto Manzoli

    Lamberto Manzoli

    Lamberto Manzoli è professore ordinario al Dipartimento di Scienze Mediche e Chirurgiche e direttore della Scuola di Specializzazione in Igiene e Medicina Preventiva. Medico, formatosi presso le università di Bologna, Jefferson (Philadelphia) e Harvard (Boston), ha prestato servizio nelle università di Chieti-Pescara e Ferrara (dove ha diretto il Dipartimento di Scienze Mediche), presso l’Istituto Italiano di Medicina Sociale, le Direzioni delle ASL di Pescara e Ferrara, l’Agenzia Sanitaria Regionale dell’Abruzzo (dove ha diretto il Registro Tumori regionale).