Dracula, Batman, le principesse al telaio e quelle con la spada: come è cambiato il Medioevo?
I medioevi possibili sono tanti quanti riusciamo a sognarne. UniboMagazine ha ripercorso con la professoressa Francesca Roversi Monaco secoli di storia, letteratura e arte, leggendo attraverso le avventure di personaggi “medievali” l’evoluzione della società umana
"Il Medioevo mette a disposizione un lessico di segni «smontabili» e ricombinabili - il castello, la spada, lo stemma, il giuramento, la ricerca del Graal - capaci di migrare dall’horror al fumetto supereroistico alla parodia, conservando la propria forza evocativa"
Se, come osserva Umberto Eco nel saggio Dieci modi di sognare il Medioevo, il Medioevo non è soltanto un'epoca storica ma un immaginario che continua a essere riscritto e riutilizzato, qual è il ruolo dei media – dalla letteratura ai fumetti, dal cinema alle fiabe – nella costruzione di questi molteplici medioevi? E cosa ogni “rabberciamento” del Medioevo ci dice della nostra società? Lo abbiamo chiesto a Francesca Roversi Monaco, professoressa di Storia medievale al Dipartimento di Storia Culture Civiltà dell'Alma Mater.
Età oscura o epoca di cavalieri e cattedrali? Medioevo barbaro e superstizioso o fiabesco e luminoso? Qual è il vero Medioevo?
In realtà il «vero» Medioevo forse non esiste: esistono piuttosto molti medioevi. Occorre infatti distinguere fra il Medioevo storico - il segmento cronologico che va, con qualche approssimazione, dalla metà del V alla metà del XV secolo (idealmente dalla caduta dell’Impero Romano d’Occidente, 476, a quella di Costantinopoli, 1453 o alla scoperta dell'America, 1492), individuato e «battezzato» come età di mezzo dagli umanisti tra Tre e Quattrocento - e il Medioevo metastorico: immaginato, sognato, continuamente ricreato e adattato dalla cultura successiva e contemporanea. Il Medioevo storico non è stato un’età oscura, o comunque non più di qualunque altra epoca della storia umana. L’oscurità, la barbarie e la superstizione, così come la magia e la fiaba, sono semmai il risultato del continuo «rabberciamento» del Medioevo nella nostra società: sono cioè espressione degli usi e degli abusi che ne hanno fatto le epoche a esso successive. Non a caso Umberto Eco poteva enumerare ben dieci modi di sognare il Medioevo. Proprio questi usi e abusi sono l’oggetto di una disciplina specifica, il medievalismo, che si occupa del Medioevo dopo il Medioevo e che studia i «medievalismi»: gli usi - politici, letterari, identitari - attraverso cui ogni epoca ha reinventato la propria età di mezzo.
Che cosa si intende per medievalismo mediatico?
Il medievalismo mediatico comprende i modi in cui il Medioevo viene rappresentato - e prima ancora immaginato - dalla cultura contemporanea attraverso i canali della comunicazione di massa. Il punto di partenza è un presupposto: le narrazioni destinate a un pubblico ampio riflettono i valori culturali, politici e formativi della società che ne stimola la produzione. E poiché negli ultimi due secoli buona parte delle storie prodotte dalla cultura occidentale si è imperniata su contesti, immagini e personaggi riferibili non tanto al Medioevo storico quanto al Medioevo immaginato del medievalismo, ne deriva che proprio questo immaginario è diventato uno dei serbatoi narrativi privilegiati della modernità. Il medievalismo mediatico è dunque costituito dall’insieme delle narrazioni sul Medioevo diffuse su larga scala attraverso i media - editoria tradizionale e digitale, rete, cinema, televisione - e una varietà di prodotti testuali: manuali e libri per ragazzi, edutainment, enciclopedie, fumetti, riviste. Si tratta di un oggetto che chiede di essere analizzato in un’ottica fortemente interdisciplinare, attenta tanto ai contenuti quanto ai modi e ai canali della loro circolazione, perché è proprio nel passaggio attraverso il medium che l’immagine del Medioevo si forma, si modifica e si sedimenta nel senso comune. Il medievalismo mediatico vive in questo spazio, e indagarlo significa imparare a riconoscere quale «medioevo» un certo prodotto culturale stia mettendo in scena: è anche il filo conduttore di un podcast come Multimedioevo, che indaga le forme in cui il Medioevo continua a parlarci attraverso i media.
In che modo i media hanno contribuito nel tempo, e contribuiscono oggi, a definire il nostro immaginario del Medioevo?
I media, intesi nel senso più ampio, hanno avuto e continuano ad avere un ruolo determinante nel modellare l’immaginario contemporaneo sul Medioevo. La svolta decisiva si è avuta nel XIX secolo, quando il Romanticismo ha fissato il canone medievale tuttora presente nella cultura popolare: lo si ritrova nelle curve degli archi del gothic revival, nel gusto per le rovine, nelle figure femminili dei Preraffaelliti, nell’immagine di castelli, armature, dame e cavalieri. È in questo periodo che i popoli europei cominciano a cercare nel Medioevo le radici remote della propria identità nazionale: un’operazione affascinante ma non sempre innocua, perché da quelle stesse radici possono germogliare gli usi identitari più estremi e pericolosi del mito medievale. Nel Medioevo si individuò, infatti, l’epoca di formazione dei caratteri nazionali, il momento in cui lo «spirito di popolo», la forza creatrice di una comunità, aveva trovato la sua prima espressione. E poiché quell’espressione veniva fatta risalire all’incontro fra i popoli germanici e il mondo romano, la cifra di quell’età fu percepita come nordica, gotica, barbarica. Il Romanticismo ha, dunque, costruito un canone destinato a sopravvivere ben oltre la propria stagione, fissando una cultura e un linguaggio «neomedievali» condivisi. È un processo di reinvenzione tuttora attivo, al punto che il medievalismo funziona oggi come una sorta di lingua franca culturale, prodotta in contesti internazionali e capace di parlare a un pubblico globale, non ultimo attraverso i media digitali e i loro nuovi formati.
Dracula e Batman, o ancora Paperino il Paladino: che cosa rende il Medioevo così adatto ad accogliere personaggi tanto diversi?
Come dicevo, il Medioevo non è uno solo, ed è proprio questo a renderlo così ospitale: il Medioevo immaginato è un serbatoio di immagini e atmosfere persino contraddittorie fra loro, e ogni racconto vi pesca la porzione che gli serve. I tre personaggi lo mostrano bene, perché ciascuno attinge a un Medioevo diverso. Dracula appartiene al Medioevo «oscuro» e gotico, quello del castello, della superstizione e del soprannaturale: il vampiro è un’arcaicità aristocratica e feudale che minaccia la modernità. Batman è l’erede del Medioevo cavalleresco, non a caso è il «cavaliere oscuro»: un giustiziere con un codice d’onore, un emblema araldico e una fortezza, in una Gotham di architetture neogotiche. Paperino il Paladino rimanda invece al Medioevo comico, quello della tradizione cavalleresca italiana riletta in chiave umoristica. Ciò che rende il Medioevo tanto ospitale è la sua natura modulare: mette a disposizione un lessico di segni «smontabili» e ricombinabili - il castello, la spada, lo stemma, il giuramento, la ricerca del Graal - capaci di migrare dall’horror al fumetto supereroistico alla parodia conservando la propria forza evocativa. Ed è qui che si coglie l’intuizione di Umberto Eco, quando descriveva il Medioevo come il deposito in cui l’Occidente ha sedimentato molti dei propri miti fondativi. Proprio perché non è vincolato alla fedeltà storica, il Medioevo del medievalismo resta una materia plasmabile all’infinito: lo si può evocare per spaventare, per esaltare l’eroismo o per far sorridere, e funziona ogni volta. La sua straordinaria adattabilità non dice nulla del Medioevo storico: dice molto del nostro bisogno di continuare a reinventarlo.
Pensiamo alle fiabe e ai loro protagonisti, principesse e cavalieri: in che modo queste figure riflettono i cambiamenti della società, ad esempio nei modelli di genere?
A partire dall’Ottocento il Medioevo è diventato il tempo della fiaba: è difficile immaginare una fiaba senza un castello, una principessa, una torre, una foresta cupa sullo sfondo. Questo si deve, nuovamente, al recupero romantico delle narrazioni popolari - basti pensare ai fratelli Grimm - e a quella ricerca delle radici «barbariche» e medievali dell’Europa di cui abbiamo già parlato. Ma la fiaba non è semplice intrattenimento: ha un carattere pedagogico, e quindi insieme ideologico e politico, perché trasmette gli schemi di comportamento prevalenti nella società che la produce. Il fatto che il suo pubblico privilegiato siano bambini e adolescenti, cioè proprio coloro che con quegli schemi dovranno misurarsi, rende la questione ancora più rilevante quando si ragiona di modelli di genere. Se le fiabe propongono schemi funzionali alla società che le esprime, allora diventano fonti preziose per seguire l’evoluzione del ruolo femminile attraverso le loro continue rivisitazioni. La principessa è il modello femminile «medievale» per antonomasia, soprattutto se rinchiusa in un castello e in attesa di essere salvata. Eppure, negli ultimi decenni proprio questa figura ha conosciuto una metamorfosi significativa: nella letteratura, nel cinema, nelle serie tv di ambientazione medievaleggiante, sempre più spesso le principesse accantonano il telaio e l’attesa e impugnano la spada, decidendo di essere in grado di salvarsi da sole. È bene, tuttavia, precisare che le eroine combattenti non sono una novità: la letteratura fantasy e il fumetto conoscono da tempo figure di guerriere ben definite. Ma quelle erano guerriere, non principesse, donne cioè caratterizzate sin dall’origine in senso «virile». La novità è dovuta al fatto che la principessa già in attesa di salvezza oggi si è risvegliata dalla sua inerzia secolare conquistando una piena capacità d’azione. E poiché ogni rappresentazione riflette gli assetti sociali e culturali del contesto che la produce, questa mutazione non è casuale: è il segno della trasformazione del ruolo femminile nella società, e quindi nelle storie che la società stessa sollecita. Le stesse fiabe, lo stesso Medioevo, vengono oggi usati per smontare un modello e affermarne un altro, del tutto opposto.
Malgrado la complessità del Medioevo, è oggi possibile darne una definizione univoca da trasmettere alle future generazioni?
Credo di no. E credo che sia un bene. La ricchezza del Medioevo come categoria culturale risiede proprio nella sua pluralità: nella sua capacità di stimolare continui «rabberciamenti», infiniti modi di sognarlo, di cercarlo, di specchiarvi la nostra società. Una definizione univoca tradirebbe questa natura. Alle future generazioni va trasmesso, semmai, un metodo: l’ammonimento di Umberto Eco a sognare il Medioevo, sì, ma chiedendosi sempre quale Medioevo, e perché. Vale la pena, in questo senso, riportare la conclusione del saggio celeberrimo nel quale Eco illustra i dieci modi di sognare il Medioevo: «ciò che la nostra epoca ha forse davvero in comune con quella di mezzo è, in fondo, il suo vorace pluralismo enciclopedico, la sua fame di sapere accumulato e disordinato. Possiamo pure preferire, come Goethe, la cattedrale gotica di Strasburgo al tempio classico: il sogno medievale ha tutto il diritto di affascinarci. A patto, però - è ancora Eco a ricordarcelo - di non lasciare che quel sogno diventi un sonno della ragione. Lunga vita, dunque, al Medioevo e al suo sogno: di mostri, come ci ha insegnato proprio il Novecento, ne abbiamo generati anche troppi».
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Francesca Roversi Monaco
Professoressa di Storia medievale e di Medioevo e medievalismi al Dipartimento di Storia Culture Civiltà dell'Alma Mater, si occupa di storia della storiografia medievale, con particolare attenzione al ruolo della scrittura storica nella costruzione e invenzione della memoria e dell'identità collettive, e di medievalismo, ovvero dello studio della percezione degli usi - e abusi - del Medioevo nella cultura contemporanea.