La mobilità contemporanea è molto più di un movimento di persone da un luogo all’altro. Essa rappresenta anche una chiave interpretativa per leggere le disuguaglianze sociali, culturali e politiche e il modo in cui queste si manifestano attraverso pratiche selettive che dipendono da come determinati spazi sono organizzati, controllati e resi accessibili in maniera differenziata.
Il prof. Claudio Minca, docente di Geografia dell'Alma Mater, a partire dal progetto ERC “TheGAME Counter-mapping Informal Refugee Mobilities along the Balkan Route”, di cui è Principal Investigator, illustra come la mobilità sia una lente per capire la società contemporanea.
Professore, guardando ai confini europei di oggi, cosa racconta il modo in cui alcune persone si muovono facilmente e altre vengono fermate o rallentate?
La differenza in termini di libertà di movimento che caratterizza diversi soggetti nello spazio europeo si manifesta in maniera molto chiara in alcuni luoghi nei quali le diverse mobilità convergono e, per così dire, si ‘toccano’. Nel mio progetto sulla Rotta Balcanica ad esempio abbiamo analizzato alcuni punti specifici nei quali turisti e migranti intersecano le loro traiettorie. In quegli spazi di convergenza di queste diverse mobilità, la presunta futilità del viaggio turistico viene messa alla prova dal dramma che caratterizza i viaggi incerti e pericolosi dei migranti senza documenti, ma anche consente di illustrare come la mobilità nello spazio europeo sia altamente selezionata e spesso rallentata se non del tutto impedita.
Un altro aspetto interessante legato all'intersezione tra questi due tipi di mobilità riguarda i nodi infrastrutturali e gli spazi pubblici in cui si trovano contemporaneamente migranti e turisti. Nel mio progetto ho notato che i campi profughi erano spesso percepiti dalla popolazione locale come in competizione con la presenza di turisti. Ciò è particolarmente vero in relazione alla disponibilità di risorse e alla pressione sulle infrastrutture esistenti, come nel caso di alcune isole greche nel Mar Egeo. Queste ‘congiunture geografiche’ rivelano perciò i modi in cui la mobilità differenziale che attraversa confini e territori europei operi politicamente su diversi gruppi di persone alle più diverse scale.
Nei suoi studi, gli stessi luoghi – alberghi, campi, infrastrutture – possono diventare spazi di accoglienza o di controllo. Cosa ci dice questa ambiguità sul concetto di ospitalità nelle nostre società?
Mi interessa in particolare comprendere le caratteristiche comuni degli spazi che, in diversi momenti della storia, sono stati utilizzati come centri di detenzione, strutture ricettive per migranti o alberghi e resort turistici. Lo stesso vale per l'uso frequente degli alberghi come luoghi di accoglienza per i rifugiati. Il concetto di ospitalità deve pertanto sempre essere messo in discussione, in quanto rivela come l'accoglienza sia sempre condizionata e codificata spazialmente, oltre che politicamente.
Ciò solleva urgenti questioni etiche su chi sia autorizzato a considerarsi un ospite, un turista o un rifugiato e su come determinate pratiche spaziali riflettano, implicitamente ed esplicitamente (come negli aeroporti o su alcune spiagge), le diverse interpretazioni dell'ospitalità intesa come dispositivo che qualifica corpi e soggetti secondo categorie che compendono la nazionalità, ma anche il genere, la sessualità, l’appartenenza etnica e perfino la razza.
In luoghi come Lampedusa o le isole greche, turisti e migranti condividono gli stessi spazi. Cosa succede quando queste mobilità così diverse si incontrano, e quali tensioni emergono nello spazio pubblico?
Luoghi come Lampedusa, dove aree turistiche volte a coesistono con la presenza di gruppi di migranti in arrivo o in transito, o i campi profughi sulle isole greche dell'Egeo, popolati da migliaia di richiedenti asilo, mostrano come il turismo possa assumere un atteggiamento voyeuristico, in cui i migranti rischiano di diventare oggetti di osservazione, ma possono anche competere per l'uso di determinati spazi, soprattutto quando ai richiedenti asilo è consentito lasciare il campo e raggiungere la città o la spiaggia più vicina.
È interessante notare che questa posizione voyeuristica tende a crollare quando i turisti non riescono a mantenere una visione distaccata nei confronti dei migranti, perchè la presenza di questi ultimi li sottrae forzatamene dalla loro comfort zone (come è successo quando i migranti sono sbarcati sulle spiagge di Kos e di altre isole vicine durante la "lunga estate" delle migrazioni del 2015). L'aspetto interessante di questa interazione è che essa espone sia i turisti sia i migranti a confrontarsi con l'enorme divario di libertà soggettiva tra chi è incentivato e agevolato a viaggiare per piacere e chi invece spera di continuare a muoversi senza farsi intercettare – e di evitare così la violenza diretta e indiretta associata all’applicazione da parte delle autorità della mobilità differenziale di cui si diceva poco sopra.
Lei parla spesso di “differenziale di mobilità”. Quanto questo divario incide oggi sulla libertà di movimento e, più in generale, sulla qualità della democrazia in Europa?
I confini, è noto, sono spazi in cui l'azione dello Stato, nel qualificare, contenere e controllare le popolazioni considerate indesiderate, diventa del tutto visibile. I confini non sono pertanto soltanto un elemento strutturale nella riproduzione dello Stato-nazione moderno, ma anche una tecnologia politica che attiva selettivamente una specifica "mobilità differenziale".
Questo potente dispositivo è alla base del trattamento differente riservato ai soggetti e ai corpi che si spostano attraverso i confini e i territori a partire da una serie di categorie che li qualificano ‘a priori’ e determinano il loro presunto diritto a muoversi. Di conseguenza, la questione dei diritti è strettamente connessa alla nostra comprensione di tale "mobilità differenziale", in quanto il più generale diritto alla mobilità è giustamente considerato da molti un diritto fondamentale nelle società democratiche.