Perdersi e ritrovarsi: come funziona il nostro senso dell’orientamento
Con Raffaella Nori, professoressa al Dipartimento di Psicologia "Renzo Canestrari" che si occupa di memoria spaziale, abbiamo parlato di strategie per orientarsi in luoghi che non conosciamo, stereotipi di genere, disturbi dell’orientamento, navigatori, mappe online e realtà virtuale
Quando si tratta di orientarsi e muoversi in un luogo che non conosciamo, ogni persona, in modo più o meno consapevole, ha i suoi metodi, le sue strategie, le sue difficoltà. Molto dipende dalle caratteristiche dello spazio in cui ci troviamo, ma ci sono anche fattori individuali che ci rendono più o meno abili nel trovare – e ritrovare – la strada giusta.
Sappiamo che al senso dell’orientamento sono collegati alcuni stereotipi di genere, tutti da dimostrare. Ma ci sono anche veri e propri disturbi che possono colpire duramente la qualità della vita di molte persone. Senza dimenticare il ruolo della tecnologia, che tra mappe online, navigatori e realtà virtuale sta cambiando il nostro modo di attraversare gli spazi in cui ci troviamo.
UniboMagazine ha parlato di tutto questo con Raffaella Nori, professoressa al Dipartimento di Psicologia "Renzo Canestrari" che si occupa di memoria spaziale.
Professoressa Nori, come facciamo a trovare l’orientamento in un luogo che non conosciamo?
Ci sono sicuramente caratteristiche personali che influiscono sulla nostra capacità di orientarci, ma prima di tutto bisogna considerare i fattori legati all'ambiente in cui ci muoviamo. In generale, più uno spazio è complesso e ricco di elementi, maggiore è il nostro carico cognitivo e quindi la nostra difficoltà ad orientarci. Un elemento che ci può essere d’aiuto è quindi la presenza di punti di riferimento evidenti e ben riconoscibili. Se poi dobbiamo raggiungere un punto specifico, la possibilità di vedere da lontano la nostra meta finale può fare sicuramente la differenza.
E quali sono quindi le migliori strategie per orientarsi?
Ci sono tre diverse strategie navigazionali, di efficacia crescente. La prima è legata ai punti di riferimento: quando mi trovo in un ambiente che non conosco, memorizzo alcuni elementi distintivi che posso usare per muovermi. Il passo successivo - la seconda strategia - è riuscire a mettere in relazione tra di loro i diversi punti di riferimento a partire dal punto in cui mi trovo: in questo modo ho un'idea della direzione in cui andare per raggiungere un determinato punto. L'ultima strategia, infine, è quella più evoluta e riguarda la capacità di visualizzare dall'alto l'ambiente: una vera e propria mappa mentale indipendente dal punto in cui mi trovo.
C’è uno stereotipo di genere secondo cui gli uomini sarebbero più bravi ad orientarsi rispetto alle donne: quanto c’è di vero?
Non molto. Ci sono alcuni compiti spaziali specifici – ad esempio la rotazione mentale di un edificio per poterlo riconoscere da un punto di vista non familiare – in cui gli uomini sembrano più abili nel breve periodo. Se aumenta però il tempo a disposizione per risolvere il problema, questa differenza di genere scompare. Così come scompare quando ci si trova ad alti livelli professionali: alcuni studi fatti su piloti dell'aeronautica militare mostrano che non ci sono differenze nella capacità di orientamento tra uomini e donne. Una differenza che emerge invece con chiarezza è che i maschi sono in genere più sicuri di sé quando devono autovalutarsi rispetto al loro senso dell'orientamento e alle loro abilità visuo-spaziali.
Ci sono però persone che hanno grosse difficoltà quando devono muoversi in un ambiente: esistono disturbi specifici dell’orientamento?
Escludendo i casi di problemi neurologici che possono ovviamente influire anche sulla percezione spaziale, il disturbo per eccellenza in questo campo è il disorientamento topografico evolutivo. Chi ne soffre non riesce a formarsi delle rappresentazioni mentali dell'ambiente in cui si trova e di conseguenza non riesce a utilizzare strategie di orientamento spaziale. Ci sono pazienti che fanno fatica persino a muoversi all’interno della loro casa. Con alcuni colleghi della Sapienza di Roma abbiamo attivato un servizio di supporto gratuito per chi soffre di questo disturbo e stiamo sperimentando dei protocolli riabilitativi.
Quali altri disturbi dell’orientamento possono manifestarsi?
Possono avere certamente problemi le persone che soffrono di agorafobia. Il timore dei luoghi affollati o degli spazi senza vie di fuga porta infatti a focalizzarsi sugli elementi che causano la fobia e questo impedisce di memorizzare le informazioni che servirebbero invece per orientarsi nell’ambiente. Allo stesso modo, hanno difficoltà le persone che soffrono di ansia. C’è in particolare un tipo di ansia, l’ansia spaziale, che nasce dalla paura di perdersi. Anche in questo caso, la paura impedisce di memorizzare con attenzione gli elementi che servirebbero per orientarsi, alimentando così ulteriore ansia.
La diffusione delle mappe online e dei navigatori ha cambiato drasticamente il nostro modo di muoverci nello spazio: sono un aiuto o un ostacolo per il nostro senso dell’orientamento?
La letteratura scientifica è al momento divisa su questo tema. Da un lato, ci sono evidenze che mostrano come affidarsi sempre alle mappe digitali porti a una certa pigrizia mentale: diamo per scontato che il navigatore ci porterà a destinazione e non alleniamo la nostra capacità di orientarci. Dall’altro lato, sta emergendo come le persone che utilizzano di più il navigatore siano in realtà quelle che hanno già alte abilità visuo-spaziali. È un’evidenza controintuitiva che può essere spiegata da una grande sicurezza, in particolare nella guida. Queste persone riescono a muoversi in modo autonomo: il navigatore serve quindi più che altro per evitare il traffico, per monitorare possibili ostacoli lungo il percorso e per accertarsi di arrivare puntuali.
Oltre alle mappe online, l’altra grande rivoluzione digitale nel campo dell’orientamento è quella della realtà virtuale: come ci muoviamo in questi spazi artificiali?
In modo del tutto simile al mondo reale. Abbiamo visto che muoversi in ambienti virtuali che hanno le stesse caratteristiche di luoghi esistenti richiede l’utilizzo delle stesse abilità cognitive che impieghiamo per orientarci naturalmente nello spazio. E questo può essere una grande risorsa, perché ci permette di studiare in modo più sistematico quali sono le caratteristiche ambientali e personali che influenzano la nostra capacità di creare rappresentazioni mentali dello spazio.
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Raffaella Nori
Raffaella Nori è professoressa associata al Dipartimento di Psicologia "Renzo Canestrari". Si occupa di memoria spaziale: un settore specifico della psicologia cognitiva che studia le modalità grazie a cui un individuo acquisisce e rappresenta le relazioni tra se stesso e l'ambiente esterno. Un ambito di ricerca di questo settore riguarda l'analisi delle caratteristiche ambientali e della loro influenza nel determinare la rappresentazione mentale dello spazio circostante.