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 Spazio e libertà sono dimensioni intrecciate: l’organizzazione dei luoghi riflette e condiziona forme di vita e possibilità di espressione.

Il Complesso di San Giovanni in Monte incarna questo rapporto: nato su un’area abitata fin dall’antichità, è stato nei secoli convento e carcere. Oggi è sede del DISCI - Dipartimento di Storia Culture Civiltà dell’Alma Mater, conservando una memoria stratificata che racconta il controllo e la reclusione del passato, l’apertura e la condivisione del sapere di oggi.

Ripercorriamo la sua storia e il suo significato simbolico con il professor Roberto Balzani, direttore del DISCI.

Professor Balzani, può ripercorrere per noi la storia del Complesso di San Giovanni in Monte?

Il complesso di San Giovanni Monte si trova al culmine della piccola “acropoli” bolognese, adiacente alla chiesa omonima, luogo d’insediamento da tempi remotissimi, fin dall’antichità. Nel sottosuolo sono ancora visibili le tracce di una casa torre medievale. Nella configurazione attuale, il convento risale al XVI secolo, poi rimaneggiato a più riprese. I chiostri, del Terribilia, sono fra i meglio conservati del Rinascimento locale; il maggiore è fra i più suggestivi. I francesi, giunti in città nel 1796, secolarizzarono il grande edificio, collocandovi la sede del tribunale e del carcere. È ancora visibile, nella sala di lettura della sezione archeologica della biblioteca, al piano terreno, un classico simbolo del periodo “giacobino”, fra i non molti sopravvissuti alle sistematiche epurazioni della Restaurazione. Il Complesso restò carcere fin quasi sul finire del Novecento, quando fu trasformato dall’Università in sede dipartimentale. Oggi è il nucleo principale del Dipartimento di Storia Culture Civiltà.

In che modo la disposizione degli ambienti, le barriere fisiche o architettoniche hanno definito i confini della libertà all’interno del Complesso? Come sono mutati nella sua storia?

Lo spazio di San Giovanni in Monte ha sempre fatto rima con “disciplina”: disciplina conventuale, in una prima lunga fase, e disciplina carceraria, in età contemporanea. Il governo degli accessi, la distribuzione delle celle attraverso i corridoi, l’identificazione di locali per i sorveglianti e per alcune funzioni collettive hanno scandito, nel tempo lungo, le vite degli abitanti, volontari o meno, del complesso. Certo, rispetto alla “stagione” carceraria, la facies attuale, completamente recuperata e restaurata in alcune parti, risalta per la sua eleganza e per l’ampiezza e la luminosità degli ambienti di connessione e di transito, consacrati all’incontro e ad un’intensa vita accademica. Nulla a che vedere con lo squallore del periodo precedente, con le superfetazioni incongrue, con le continue manomissioni e persino con i pesanti interventi sul grande affresco di Bartolomeo Cesi (1556-1629), in refettorio. Con il passaggio all’Università, il corpo di fabbrica è tornato allo splendore della più gloriosa fase conventuale.

Che cosa ci dice oggi il Complesso sulle diverse forme di reclusione che ha ospitato nel tempo?

Un luogo come San Giovanni in Monte pone diverse domande: delle origini non sappiamo molto, e, di fatto, anche della vita religiosa durante il Basso Medioevo. Oggetti e qualche labile traccia ancora esistono, ma è chiaro che molto più parlante è la chiesa adiacente, ricca di opere d’arte e di testimonianze del culto conservatesi senza soluzione di continuità. La secolarizzazione ha poi ridefinito la funzione dei locali, comprimendo lo spazio di vita dei singoli detenuti, costringendoli ad una forte promiscuità. Anche in questo caso, non abbiamo molte immagini, un po’ perché le carceri sono luoghi che non è possibile documentare per ragioni di sicurezza, un po’ perché, anche terminato l’uso “napoleonico”, l’attenzione a ciò che era rimasto, in termini di racconto del degrado, è stata modesta. All’epoca, l’interesse per gli “spazi indecisi” o liminari era davvero una passione condivisa da pochi.

Qual è il valore simbolico del Complesso come sede universitaria, alla luce della sua storia?

Il Complesso di S. Giovanni in Monte è indiscutibilmente un luogo della memoria: un insieme di sedimentazioni plurimillenarie, da un lato, e una sequenza di storie, in certe fasi più ricche di dettagli rispetto a lunghi periodi di latenza e di silenzio. Basti pensare alla carcerazione di Zvanì Pascoli, al tempo dell’inchiesta bolognese contro l’Internazionale, nel decennio Settanta dell’Ottocento, o ai lugubri mesi dell’occupazione nazista, quando nelle celle passarono le vittime del Servizio di Sicurezza delle SS, prima della deportazione o dell’esecuzione. Il Dipartimento sta progettando una valorizzazione che non s’identifichi con una pura musealizzazione: il sito deve rimanere, come ora, un grande spazio destinato alle studentesse e agli studenti, ai docenti, a plurime attività culturali. Esso deve però preservare il genius loci, raccontandolo e stimolando giovani e ricercatori ad usare questa memoria lunga come impulso per attività che, pur nell’attualità delle motivazioni, non siano totalmente disgiunte dai temi di fondo del Complesso: clausura/libertà, disciplina/indisciplina, tempo del silenzio/tempo della parola. Fra l’altro, la struttura di un luogo della memoria monumentale così configurato è funzionale anche alla saldatura di diversi percorsi disciplinari – già presenti nel Dipartimento - in grado di dialogare proprio a partire da un comune sedimento riconosciuto: archeologia, storia, antropologia...

L’obiettivo è quindi quello di rendere il Complesso di S. Giovanni in Monte un magnete di senso non solo per la città, per le scuole e per i visitatori occasionali, ma per la stessa comunità accademica che ci vive. Quest’ultima potrebbe trovare nella resilienza della memoria fisica, ripristinata, rivisitata e condivisa, quel nesso comune che l’esperienza del Dipartimento d’Eccellenza, con la costituzione del MemoryLab, si propone di creare da alcuni anni a livello sperimentale. 

Roberto Balzani

  • Roberto Balzani

    Roberto Balzani è professore ordinario di Storia contemporanea presso il Dipartimento di Storia, Culture, Civiltà dell'Università di Bologna. I suoi interessi di studio si muovono lungo tre assi fondamentali: la storia politico-culturale, alla quale si è formato negli anni universitari trascorsi al "Cesare Alfieri" (periodo risorgimentale e post-risorgimentale); la storia economico-sociale, o economico-amministrativa, alla quale è stato addestrato all'Istituto Universitario Europeo; e la storia delle mentalità collettive e dei beni culturali.