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Noam Chomsky e l’altra faccia del terrorismo

Invitato a Bologna per ricevere la laurea ad honorem in Psicologia, Chomsky ha incontrato gli studenti per parlare di mass media e terrorismo. Spostandosi avanti e indietro nel tempo, da Cuba all’Iraq, Chomsky ha lanciato provocazioni parlando del "non detto" in merito ai più noti episodi di guerra al terrorismo
Noam Chomsky La laurea ad honorem, l’ha ricevuta in psicologia, ovvero una delle aree in cui i suoi studi sulla linguistica hanno lasciato un segno più profondo, così profondo da renderlo l’autore vivente più citato dalla letteratura scientifica. Eppure se Noam Chomsky è una figura carismatica che travalica ogni settorialismo culturale e calamita in aula centinaia di studenti e personaggi dello spettacolo come Beppe Grillo e Stefano Benni è soprattutto per le sue battaglie politiche. Tutte condotte su un terreno di solito estraneo alla politica: la verità, sobria, diretta, pungente e scorretta.

Dell’Iraq dice che la lezione da trarne è che "occorre sviluppare delle armi atomiche per difendersi dagli Stati Uniti". Sul futuro dell’Onu, dice che "molto dipenderà dalla capacità delle nazioni occidentali di diventare democrazie". Della guerra al terrorismo dice che "la definizione stessa è pura propaganda, perché gli Usa sono i principali terroristi mondiali". Colpevoli di tali e tante montature per portare i loro attacchi in giro per il mondo – da Panama alla Libia, dal Vietnam a Cuba – che, afferma, "siamo salvi solo per miracolo".

Chomsky, chiamato riflettere sui rapporti tra mass media e terrorismo, ha dedicato ampio spazio al racconto degli episodi chiave della storia americana del secondo Novecento, perché a suo parere "quasi nulla è stato detto". Colpa dei media che di quelle storie raccontarono solo una parte. Allora come oggi, spiega l’intellettuale facendo riferimento a una notizia del giorno, la nomina di John Negroponte a responsabile per la sicurezza degli Stati Uniti, e al silenzio nel quale i giornali italiani hanno racchiuso i trascorsi del politico americano, citato in giudizio dal Nicaragua, condannato da più tribunali internazionali, ma ancora libero per la non volontà dell’America di sottoporsi al verdetto. "Questo – lamenta Chomsky – è quello che i media avrebbero dovuto raccontare e non le decine di pagine dedicate a Terry Schiavo, a Bush e al suo richiamo alla vita, un espediente per far dimenticare alla gente ciò che le sta accadendo: 25 anni in cui i salari reali sono diminuiti, le ore di lavoro sono aumentate e la scuola e la sanità pubbliche sono state smantellate".


Tra i tanti nomi, nell’Aula Magna di Psicologia venerdì si è fatto anche quello della Cina. "Ma – ha affermato il linguista – è molto improbabile che gli Stati Uniti attacchino una nazione in grado di difendersi". Il perché in una battuta: "Hanno più difficoltà gli Usa in Iraq di quante ne abbia avute la Germania a conquistare l’Europa".