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Che vinca il migliore? Quando un amico in giuria può fare la differenza (nel bene e nel male)

Un gruppo internazionale di ricerca ha analizzato le possibili relazioni interpersonali tra giurati e contendenti nei concorsi culturali e come queste possono influire sull'assegnazione finale dei premi, tra meritocrazia e “do ut des”


Festival cinematografici, premi letterari, riconoscimenti artistici. Che siano grandi manifestazioni internazionali o piccoli eventi locali, lo scopo dei concorsi culturali è sempre il medesimo: premiare il merito. Che vinca il migliore, insomma. Ma è davvero così? Quanto contano, oltre al merito, i rapporti personali? Cosa succede, ad esempio, se uno dei concorrenti in gara ha un amico in giuria? La risposta è meno scontata di quanto può sembrare.

In uno studio pubblicato su The Academy of Management Journal, tra le più note riviste al mondo nel campo degli studi manageriali, un gruppo di ricerca internazionale ha mappato le diverse relazioni possibili tra giurati e contendenti e come queste possono influenzare l’assegnazione finale dei premi. “C’è un’interessante ambivalenza rispetto al possibile ruolo di questi rapporti interpersonali”, spiega Simone Ferriani, docente al Dipartimento di Scienze Aziendali dell’Università di Bologna e tra gli autori dello studio. “Da un lato alimentano infatti il sospetto che possano veicolare trattamenti preferenziali, ma dall'altro possono diventare controproducenti perché facilmente strumentalizzabili”.

TRE TIPI DI RELAZIONI
Per analizzare queste dinamiche è stato preso come caso di studio il Silver Tag Award, il più prestigioso riconoscimento artistico conferito dal mondo pubblicitario norvegese. La scelta è caduta su questo specifico premio dopo che i ricercatori si sono imbattuti in un dataset unico, che ha permesso loro di far emergere l’esistenza di relazioni pregresse tra membri della giuria e candidati.

Le relazioni individuate sono di tre tipi. Ci sono ovviamente i collegamenti diretti, ovvero rapporti di conoscenza personale tra giurati e candidati. Poi ci sono i legami di reciprocità, che si manifestano nel caso di candidati che in edizioni precedenti del premio sono stati giudici e hanno premiato uno degli attuali componenti della giuria. Infine ci sono i casi in cui un giurato e un candidato fanno parte dello stesso sistema allargato di relazioni, quello che nello studio viene identificato come network clan.
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EFFETTO BOOMERANG E DO UT DES
“La nostra analisi – dice il professor Ferriani – dimostra da un lato che i rapporti interpersonali canalizzano favoritismo nell'attribuzione dei premi, ma al contempo rivela che questa tendenza non è univoca e può anzi rovesciarsi”. Andando a guardare la distribuzione dei premi i ricercatori hanno infatti notato che mentre tutte le tipologie di relazioni individuate favoriscono la vittoria di premi minori e menzioni speciali, sono soltanto i legami di reciprocità – candidati che in passato, da ex giudici, hanno premiato uno dei giurati – ad incidere in modo significativo sulla probabilità di ottenere il premio principale della competizione. Si conferma insomma il principio del do ut des: se ti ho dato qualcosa, qualcosa riceverò.

Le altre due possibili relazioni – i legami diretti tra candidati e giurati o la loro appartenenza ad uno stesso network clan – hanno invece un effetto nullo o addirittura negativo sulla possibilità di vittoria del premio principale. “Queste tipologie di relazioni – spiega infatti Ferriani – inducono una forma debole di favoritismo, che si manifesta tipicamente attraverso l’assegnazione di premi minori come le menzioni speciali. Ma hanno un effetto boomerang sulla vittoria finale”.

TRA CINISMO E SPERANZA
I rapporti interpersonali insomma pesano, ma non in maniera decisiva e certamente non in maniera univoca. In una società ossessionata dall'esaltazione delle star, i premi esercitano un profondo impatto sulla percezione di chi e cosa vale. Comprendere le dinamiche relazionali che possono veicolare l’assegnazione di questi riconoscimenti diventa allora importante, anche alla luce delle esortazioni alla trasparenza e all'imparzialità che periodicamente permeano i dibattiti sul merito.

“In contesti come l’arte, la scienza e più generale la cultura, tipicamente caratterizzati da una forte natura vocazionale, il sospetto di trasgredire il sacro ideale del disinteresse può avere profonde ripercussioni reputazionali”, dice ancora il professor Ferriani. “Così, se da un lato i guardiani del merito possono essere spinti da interessi particolaristici a favorire chi è loro più vicino socialmente e cognitivamente, sono però spesso anche animati da un genuino desiderio di segnalare la loro integrità morale e l’autenticità delle proprie scelte”. In poche parole, gli esiti della ricerca sembrano invitare ad un sano cinismo tra i pochi che ancora credono incondizionatamente alle istituzioni meritocratiche, ma al tempo stesso offrono anche qualche segnale di speranza a chi questa fiducia non l’ha mai avuta. Dove sta la verità? “Non c’è alcun dubbio”, conclude Ferriani. “La verità è sempre negli occhi di guarda”.

I PROTAGONISTI DELLO STUDIO
La ricerca è stata pubblicata su The Academy of Management Journal con il titolo “Friends, Gifts, and Cliques: Social Proximity and Recognition in Peer-Based Tournament Rituals”. Gli autori sono Erik Aadland (Norwegian Business School), Gino Cattani (New York University) e Simone Ferriani (Università di Bologna).