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Qual è il confine tra bugia e inganno?

La comunicazione disonesta può favorire la diffusione della disinformazione. Ma mentre è possibile ingannare attraverso l’uso di insinuazioni, supposizioni o domande, solo un’affermazione, con il carico di responsabilità che comporta, può essere una vera e propria menzogna


Fake news, “fatti alternativi”, inganni, raggiri, promesse mancate. Negli ultimi anni è diventato evidente a tutti quanto forme di comunicazione disonesta possano favorire la diffusione della disinformazione, con conseguenze pericolose. Ma qual è il confine tra bugia e inganno? E che cos’è, esattamente, una menzogna? La questione a prima vista sembra semplice, ma nasconde molte insidie. Una proposta di definizione arriva ora in uno studio pubblicato sulla rivista Synthese e firmato da Neri Marsili, ricercatore al Dipartimento di Filosofia e Comunicazione dell’Università di Bologna.

La risposta? Si può parlare di "menzogna” vera e propria solo quando chi parla si assume la responsabilità della verità di ciò che ha detto, per mezzo di un'affermazione insincera. Bisogna quindi distinguere le affermazioni - che possono essere menzogne vere e proprie - da altre forme di discorso come insinuazioni, suggerimenti, supposizioni, consigli e domande, che possono invece essere utilizzate per ingannare l’interlocutore, ma non possono essere considerate vere e proprie bugie.

"Per molti, essere accusati di aver ingannato senza però aver mentito è comunque preferibile al veder macchiata la propria reputazione con una menzogna vera e propria: si tratta di un’idea che ha radici antiche, è stata difesa da Sant’Agostino e poi da San Tommaso, fino ad arrivare alla tradizione moderna con Kant", spiega Marsili. "Ed è una distinzione che oggi ha anche valore legale in molti ordinamenti giuridici: negli Stati Uniti, ad esempio, la menzogna viene punita severamente in sede processuale, ma c’è maggiore tolleranza per le testimonianze che magari sono ingannevoli, ma risultano letteralmente vere".

Molti tra linguisti, filosofi e giuristi hanno tentato di tracciare un confine netto tra la menzogna e altre forme di inganno, ma con risultati mai del tutto soddisfacenti. Mentire significa dire il falso con l’intenzione di ingannare? Oppure dire qualcosa che crediamo falso volendo far credere al nostro interlocutore che quel che abbiamo detto sia vero? O ancora dire qualcosa con l’intenzione di comunicare che quel che abbiamo detto sia vero, pur sapendo che è falso?

"Tutte queste definizioni risultano in realtà imprecise, perché non tengono conto del fatto che per mentire è necessario prima di tutto affermare qualcosa: solo le affermazioni possono essere menzogne", precisa Marsili. "Se lascio intendere qualcosa di falso, per esempio per mezzo di un’insinuazione, una supposizione, una scommessa, o anche una domanda, posso certamente ingannare il mio interlocutore, ma quello che dico non può definirsi, in senso stretto, una menzogna".

Quando facciamo un’affermazione ci assumiamo infatti la responsabilità del fatto che quello che diciamo sia vero. Se quello che abbiamo detto si rivela falso la nostra credibilità sarà danneggiata: ne va della nostra reputazione. Nel caso di ipotesi, supposizioni o domande, anche ingannevoli, non ci sono invece conseguenze così nette. La distinzione tra la menzogna e altri tipi di inganno sembra dunque essere fondata sulle diverse responsabilità legate a queste diverse forme di comunicazione.

"Questo spiegherebbe anche perché alla menzogna sia assegnata una valenza morale particolare", dice in conclusione Marsili. "Chi mente fa leva sulla propria reputazione per far credere qualcosa di falso, ma nel semplice inganno questo invito esplicito a credere 'sulla parola' non è presente".