Unibo Magazine

A cinque anni dal colpo di Stato del febbraio 2021, il Myanmar resta sotto il controllo militare, che continua a dominare la vita politica e istituzionale, con repressione delle proteste, violazioni dei diritti umani e gravi difficoltà per minoranze e attivisti. La guerra civile persiste in molte regioni del Paese, con scontri tra esercito e gruppi di resistenza etnici o forze di opposizione.

Il dottor Thurein, appartenente a una minoranza etnica e religiosa, attivista e studioso dei movimenti sociali, è attualmente ricercatore all’Università di Bologna grazie al programma Scholars at Risk, che ogni anno offre rifugio e assistenza a oltre trecento studiose e studiosi minacciati in tutto il mondo. Racconta il suo impegno per libertà e giustizia e il desiderio di contribuire a un futuro migliore per il Paese.

Lei è cresciuto in Myanmar come membro di una minoranza etnica e religiosa. Quando ha capito che i diritti umani sarebbero diventati il centro del suo impegno, come attivista e come ricercatore?

Tutto ha radici fin da quando ero al liceo, o addirittura alle elementari: il modo in cui mi trattavano non mi piaceva. Capii che dovevo farmi sentire. E questo impegno si è evoluto nel tempo.

Può raccontare un episodio in particolare?

Quando ero al liceo, nel 2007 scoppiò la Saffron Revolution. I monaci buddisti marciavano e cantavano, chiedendo ai militari di dimettersi e di impegnarsi per migliorare la società. Subirono una durissima repressione. Io ero uno dei manifestanti: la prima sparatoria avvenne davanti ai miei occhi. Questo cambiò la mia vita: capii che dovevo agire.

Dopo la laurea, nel 2017, lavorai per il Danish Refugee Council nello Stato di Rakhine, a contatto con la minoranza Rohingya, vivendo la crisi umanitaria dei Rohingya, una delle più gravi dei tempi recenti. Questa esperienza rafforzò il mio impegno verso le comunità emarginate.

Nel 2021 ci fu la Spring Revolution: molte persone scesero in piazza per protestare contro il colpo di Stato militare in Myanmar. Anch’io partecipai: ero uno degli organizzatori che lavoravano contro il colpo di Stato nella mia città natale.

Questi episodi mi hanno spinto nel lavoro di attivista e ricercatore che si occupa di violazioni dei diritti umani e di ciò che sta accadendo in Myanmar. È qualcosa che è cresciuto dentro di me per molto tempo, trasformandosi.

Dopo il colpo di Stato del 2021, le università sono state luoghi di protesta: che ruolo possono avere nella difesa dei diritti umani?

Osservando il caso del Myanmar attraverso la lente dei movimenti sociali, emerge come le università siano sempre state luoghi in cui si fanno sentire le voci inascoltate della popolazione. Durante la grande rivolta popolare nazionale del 1988 hanno avuto un ruolo decisivo nella difesa dei diritti umani. Anche prima, nel 1962 e nel 1974, e persino nel più recente 2021, sono state cruciali nella promozione dei diritti umani.

Le università hanno il potere di offrire uno spazio per l’azione collettiva e la responsabilità di educare una nuova generazione a riconoscere ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. Possono difendere i diritti delle comunità emarginate non solo di fronte ai governi, ma anche davanti al mondo.

Chi lotta per i diritti umani vive anche paura o scoraggiamento. Ci sono stati momenti in cui Lei si è sentito scoraggiato?

Certo, soprattutto nel notare che molte persone non sanno cosa stia accadendo in Myanmar, mentre sono note le vicende di Palestina, Ucraina e, più di recente, dell’Iran.

L’esercito del Myanmar ha arrestato 30.634 attivisti, studenti attivisti o persone che si opponevano al regime, e 7.887 sono stati uccisi.

Il Myanmar si trova in una situazione simile a una guerra civile: non ignoriamolo!

Cosa può fare concretamente la comunità internazionale per sostenere il popolo birmano che lotta per i diritti umani?

È necessario rifiutare le elezioni farsa del 2025-2026, imporre un embargo sulle armi e limitare l’accesso al carburante per l’aviazione per fermare i bombardamenti aerei contro i civili, applicare sanzioni mirate contro le imprese dell’esercito e ottenere la completa rimozione dei militari dal potere.

Dovrebbero inoltre esserci flussi diretti di risorse verso i gruppi di resistenza armata o verso i territori sotto il loro controllo.

Inoltre, credo che cittadine e cittadini birmani siano spesso percepiti come una minaccia. Il Regno Unito, per esempio, ha iniziato a revocare o rifiutare i visti, anche a coloro che erano già stati ammessi alle università britanniche. Non siamo una minaccia per la comunità: cerchiamo libertà e giustizia.

Pensa che un giorno tornerà in Myanmar per mettere ciò che ha imparato a servizio del Paese? O immagina il Suo ritorno in un Paese finalmente libero?

Comprerò un biglietto aereo non appena il regime militare sarà rovesciato. Sto studiando perché voglio contribuire alla costruzione del futuro del mio Paese: questo è il mio sogno.

Se dovesse riassumere in una frase cosa significa progredire, “fiorire”, per Lei e per il popolo birmano, cosa direbbe?

Fiorire significa ristabilire la libertà politica, la giustizia sociale e le condizioni in cui comunità diverse possano vivere con dignità e con pari diritti.