Mobilità sociale sempre più selettiva, nascite ai minimi storici, giovani che partono e laureate e laureati che emigrano. Ma anche il potere trasformativo dell’università, capace di ridurre il divario di genere e ampliare le opportunità occupazionali. Francesco Maria Chelli, Presidente dell'Istituto Nazionale di Statistica (Istat), mette in fila numeri e tendenze, aiutando a capire perché crescere, studiare e lavorare in Italia oggi sia una sfida complessa, ma ancora possibile.
Il percorso di scalata sociale è ancora valido per i giovani di oggi, o il concetto di “futuro migliore” è cambiato rispetto alle generazioni precedenti? E quanto influisce il territorio, con le differenze tra Nord, Centro e Sud Italia?
La mobilità sociale non è scomparsa, ma è più difficile e più selettiva. Nel rapporto Istat dell’anno scorso abbiamo messo in luce, guardando ai nati nel 1992, che la mobilità intergenerazionale esiste ma resta limitata e che le opportunità continuano a dipendere molto dall’origine familiare e dal territorio. Il divario territoriale resta forte anche nel lavoro: nel 2024, tra i 30-34enni laureati, il tasso di occupazione è del 91,1% nel Nord e del 73,3% nel Mezzogiorno, un ritardo di 17,8 punti. A fare la differenza, in positivo, è il percorso formativo, chi ne ha uno ha fatto più strada.
Il calo delle nascite, l’emigrazione dei giovani e la fuga di laureate e laureati. Quali scenari possiamo aspettarci per la società italiana nei prossimi anni?
Lo scenario è quello di un Paese che invecchia e di una popolazione che si riduce. Al 1° gennaio 2025 la popolazione residente è scesa sotto i 59 milioni; nel 2024 le nascite sono circa 370mila, dalle oltre 500mila del 2014 e il tasso di fecondità è sceso a 1,18 figli per donna, il più basso mai registrato in Italia. I nostri dati segnalano poi livelli molto elevati di emigrazione giovanile e qualificata: nel solo 2023 circa 21mila giovani laureati italiani si sono trasferiti all’estero. Le nostre previsioni ci dicono purtroppo che questa combinazione di denatalità, invecchiamento e squilibri territoriali è destinata a rafforzarsi da qui a metà secolo: in questo scenario arginare la perdita di capitale umano giovane diventa ancora più significativo per rallentare il declino demografico e non compromettere le potenzialità di sviluppo del Paese.
Sempre più giovani rimandano la scelta di avere figli e cambiano i modelli familiari. Quanto pesano i fattori economici e quanto quelli culturali in questo cambiamento delle traiettorie di vita?
Pesano entrambe. Il dato strutturale è che la fecondità continua a scendere, come già evidenziato. Dietro questo calo ci sono fattori economici - precarietà, costo della casa, instabilità del lavoro - ma anche un cambiamento dei modelli di vita, delle aspettative individuali e delle forme familiari. La statistica ci dice che non è una scelta solo privata: è un mutamento sociale profondo. Un mutamento che sta attraversando gran parte delle società occidentali.
Quanto e come il livello di istruzione incide sul divario di genere nel contesto occupazionale e lavorativo? Qual è il ruolo dell’istruzione universitaria?
Incide moltissimo, e l’università riduce in modo netto il divario, anche se non lo annulla. Nel 2024, tra i 25-64enni, il tasso di occupazione femminile è al 60,1% contro l’80,1% dei maschi. Il divario cambia molto con il titolo di studio: è di 33,5 punti tra chi ha bassi livelli di istruzione, scende a 20,7 tra i diplomati e arriva a 7,2 punti tra i laureati. Il titolo universitario, quindi, è oggi uno dei principali fattori di protezione per l’occupazione femminile.
Qual è il dato Istat più importante che studentesse e studenti dovrebbero conoscere?
Ribadirei quanto appena detto: in Italia il livello di istruzione continua a fare una differenza concreta nelle opportunità. Nel 2024 il tasso di occupazione dei 25-64enni è del 55,0% per chi ha un basso titolo di studio, del 74,0% per i diplomati e dell’84,7% per i laureati. È un dato semplice, ma molto potente, perché mostra che l’istruzione non è solo un valore culturale: incide direttamente sull’autonomia e sulle possibilità di vita.
Come sta cambiando il modo di raccogliere ed elaborare i dati da parte dell’Istat, a fronte dei cambiamenti sociali e tecnologici degli ultimi anni?
Sta cambiando molto, perché la statistica ufficiale usa sempre di più sistemi integrati, registri amministrativi e fonti digitali per produrre dati più tempestivi e più dettagliati. Questo avviene in una società dove l’ecosistema informativo è profondamente mutato: nel 2024 l’86,2% delle famiglie dispone di accesso a Internet. La sfida dell’Istat oggi è innovare senza perdere ciò che rende unica la statistica ufficiale: qualità, comparabilità e affidabilità.