"Questo straordinario set di dati copre praticamente l’intero spettro delle condizioni ambientali possibili negli ammassi stellari: da regioni estremamente rarefatte a zone densissime di stelle", spiega Barbara Lanzoni, professoressa nello stesso dipartimento, associata INAF e coautrice della ricerca. "Una varietà che ci ha permesso di osservare in modo diretto come l’ambiente sia in grado di alterare l’evoluzione stellare".
Contrariamente a quanto ci si poteva aspettare, infatti, gli studiosi hanno notato che il numero di vagabonde blu non aumenta con l'aumentare della densità stellare, ma al contrario diminuisce. Tanto che negli ambienti meno affollati, dove le collisioni stellari sono più rare, le vagabonde blu sono più numerose.
"Questi risultati sono stati una vera sorpresa", conferma Ferraro. "E ancora più significativo è il fatto che lo stesso andamento si osserva per i sistemi binari: negli ammassi molto densi, le binarie tendono ad essere distrutte dalle interazioni gravitazionali, mentre in quelli più tranquilli sopravvivono e possono evolvere, fino a diventare vagabonde blu".
“Finalmente, dopo decenni di ipotesi e controversie sull’origine di queste enigmatiche stelle, è stata proprio l’osservazione attenta dell’ambiente a offrire la soluzione”, conclude Emanuele Dalessandro dell’INAF - Osservatorio di Astrofisica e Scienza dello Spazio di Bologna, anch’egli coautore dello studio.
Un risultato che – sottolineano gli studiosi – rafforza un’idea più generale e profonda: gli stessi fenomeni che regolano la vita sulla Terra operano anche nello spazio profondo. Un’ulteriore dimostrazione che l’Universo, per quanto vasto e remoto, non è poi così diverso da noi.