Per i popoli preispanici della Mesoamerica, l’osservazione del cielo era una necessità pratica, politica e spirituale. I dati astronomici contenuti nei codici e nelle iscrizioni geroglifiche, insieme ai loro sofisticati calendari, rivelano come i moti del Sole, della Luna e dei pianeti luminosi fossero l’unico strumento per misurare il tempo e, di conseguenza, organizzare la vita civile.
Spazio celeste e spazio terreno erano indissolubilmente legati. Se si immagina il cielo come un grande orologio cosmico, in cui gli astri indicano le ore, è possibile vedere gli edifici costruiti dalle società preispaniche come delle vere e proprie lancette: templi e palazzi, orientati con precisione in base alle albe e ai tramonti dei corpi celesti, fungevano da veri e propri strumenti scientifici.
«Attraverso questi allineamenti era possibile monitorare il ciclo stagionale, programmare le attività agricole e scandire il ritmo dei rituali che tenevano unito il tessuto sociale. La corrispondenza tra l’orientamento degli edifici e gli eventi astronomici fungeva inoltre da elemento di legittimazione politica, mostrando come l’ordine terreno replicasse l’ordine cosmologico», sottolinea Davide Domenici, professore di Discipline demoetnoantropologiche al Dipartimento di Storia Culture Civiltà dell’Alma Mater.
Le competenze degli astronomi erano vitali per il successo economico e la stabilità del sistema politico. Saper leggere i segnali del cosmo significava dunque garantire l’ordine, prevenire il caos e, soprattutto, legittimare il potere di chi governava. Le conoscenze necessarie per stilare alcune delle tavole astronomiche giunte dal passato precoloniale richiesero generazioni di osservazioni, i cui risultati erano evidentemente tramandati nel tempo.
Gli astri rappresentavano una guida affidabile e capace di “illuminare” la quotidianità umana, ma non erano privi di ambiguità. In quanto corpi celesti, proiettavano anche delle ombre: annunci di disordine, presagi di sventura. Uno tra i più importanti e temuti era Venere, soprattutto nella sua manifestazione mattutina. Il Codice Cospi, uno dei soli quattordici manoscritti precoloniali giunti fino a noi e oggi custodito presso la Biblioteca Universitaria di Bologna - BUB, offre una testimonianza eccezionale di questa visione del cosmo.