Unibo Magazine

Un team internazionale di ricercatori del Laboratorio di Osteoarcheologia e Paleoantropologia (Bones Lab) dell’Università di Bologna, del Santa Catarina West Memorial Center presso la Community University of the Chapecó Region (CEOM Unochapecó) e del Centro de Apoio à Pesquisa Paleontológica da Quarta Colônia presso l’Universidade Federal de Santa Maria (CAPPA/UFSM), entrambi in Brasile, ha analizzato fossili cranici e dentari di 15 esemplari di archosauromorfi provenienti dalla collezione di paleovertebrati del CAPPA/UFSM.

"Fin dagli anni ’90 siamo stati abituati all’immagine di dinosauri e altri rettili estinti con lunghi denti esposti, in stile coccodrillo", spiegano i ricercatori. "Sebbene nella letteratura scientifica ci siano stati tentativi di mettere in discussione questa visione, la maggior parte degli sforzi si è concentrata sui dinosauri teropodi: nel nostro lavoro abbiamo replicato alcuni di questi metodi già consolidati, utilizzati per inferire la presenza di tessuti extraorali nei teropodi, ma per la prima volta applicandoli agli archosauromorfi triassici".

Archosauromorpha è il clade che comprende i rettili triassici oggetto dello studio ed è il gruppo fratello dei Lepidosauromorpha, che includono lucertole, serpenti e tuatara attuali. Gli archosauromorfi analizzati comprendono: rincosauri, proterosuchidi, pseudosuchi (il clade che include i coccodrilli attuali), lagerpetidi (precursori degli pterosauri) e dinosauri (il clade che include gli uccelli). Questi archosauromorfi risalgono ad almeno 240 milioni di anni fa, nel periodo Triassico dell’Era Mesozoica.

Lo studio si è basato su tre principali linee di evidenza indipendenti: la distribuzione dei forami neurovascolari lungo il rostro (muso), lo spessore dello smalto valutato tramite sezioni sottili istologiche dei denti e un’analisi statistica della relazione tra lunghezza del cranio e altezza dei denti mascellari.

La preparazione e l’analisi delle sezioni sottili dentarie sono state condotte presso il Bones Lab, al Campus di Ravenna dell'Università di Bologna. I risultati mostrano che dinosauri saurischi triassici e pseudosuchi presentano una distribuzione e un numero di forami neurovascolari rostrali comparabili a quelli dei lepidosauri attuali, come il drago di Komodo, e a quelli dei coccodrilli, che hanno denti esposti e tessuti facciali specializzati per uno stile di vita semiacquatico.

"Il periodo Triassico rappresenta una fase di grande speciazione e diversificazione per i rettili e lavorare con diversi cladi di archosauromorfi ci ha permesso di ampliare l’ipotesi delle labbra", confermano gli studiosi. "Speriamo che il nostro articolo ispiri altri ricercatori nel campo della paleobiologia e influenzi il modo in cui i rettili estinti vengono rappresentati sia nella letteratura scientifica sia nei media divulgativi".

I denti fossili non mostrano evidenze di usura dello smalto tipicamente osservata nei denti dei coccodrilli, suggerendo inoltre che fossero protetti da danni fisici e disidratazione grazie alla presenza di labbra. L’analisi statistica conferma ulteriormente che l’altezza dei denti mascellari scala allometricamente con la lunghezza del cranio nello stesso modo osservato nei varanidi attuali, mettendo in discussione l’ipotesi che i denti degli archosauromorfi triassici fossero troppo grandi per essere coperti da labbra.

Lo studio, pubblicato su Palaeontology, propone che l’assenza di labbra nei coccodrilli attuali sia una condizione derivata, legata al loro stile di vita semiacquatico, piuttosto che allo stato ancestrale dei tessuti extraorali negli Archosauromorpha. Gli autori sostengono che, se gli archosauromorfi estinti presentano caratteristiche che supportano la presenza di labbra, come nei lepidosauri attuali, la condizione ancestrale più probabile per tutti i rettili (il clade Sauropsida) sia la presenza di labbra. Questo studio ridefinisce quindi il modo in cui immaginiamo l’aspetto dei rettili preistorici e contribuisce a una migliore comprensione dell’evoluzione dei tessuti molli nei Sauropsida.