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Archeologia preventiva nel Complesso di San Giovanni in Monte

Il progetto di ricerca post terremoto del Dipartimento di Storia culture civiltà dell’Alma Mater, finanziato dalla Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna

Si chiama “In profondità senza scavare” e ha avuto come oggetto di studio il Complesso monumentale di San Giovanni in Monte, offeso dai recenti eventi sismici. E’ il progetto di “archeologia preventiva” sviluppato dalla Sezione di Archeologia del Dipartimento di Storia culture civiltà e sostenuto dalla Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna. Il progetto sarà presentato questo mercoledì, 21 maggio, alle 15 presso sede della Fondazione del Monte.

La storia degli edifici, intesa come registrazione delle varie fasi di modificazione intervenute successivamente alla costruzione originaria, svolge un ruolo fondamentale nella comprensione della sicurezza e nella definizione delle cause dei danneggiamenti che oggi vengono rilevati. Proprio alla ricerca della storia del Complesso di San Giovanni in Monte sono andati i ricercatori, coordinati da Giuseppe Sassatelli, responsabile scientifico del progetto.


Quello che gli studiosi hanno messo a fuoco è il ruolo determinante di tecnologie tipiche della cosiddetta "archeologia preventiva", che vanno dalla geomatica alla geofisica applicate all’archeologia, passando attraverso la gestione dei dati in ambiente GIS (Sistema Geografico Territoriale) nei moderni progetti di ricerca archeologica non distruttiva in aree urbane a rischio sismico, stratificate e a continuità di vita come la città di Bologna. Queste moderne metodologie hanno influenzato la ricerca archeologica, favorendo il dialogo tra competenze diverse e rinnovando radicalmente il tradizionale metodo di lavoro dell’archeologo.

"Il Dipartimento, da sempre attento a questi aspetti innovativi della ricerca, ha dedicato ampio spazio a questi temi, con appositi laboratori come quelli di topografia, geofisica, telerilevamento, GIS, archeologia dell’architettura", spiega Giuseppe Sassatelli. "Si tratta di attività che, nella migliore tradizione dell’Ateneo, coniugano ricerca e didattica. Non è di secondo piano, infatti, il valore professionalizzante di queste giovani discipline, importante anche per il percorso formativo degli studenti universitari. Il progetto si propone di sperimentare tali tecnologie innovative per cercare di ricostruire la storia di una parte della città di Bologna di eccezionale valore storico-archeologico".

I recenti terremoti che hanno colpito la regione dimostrano in maniera violenta e lampante l'importanza di una buona documentazione del nostro patrimonio storico in generale e archeologico in particolare, oltreché piani accurati per la preservazione e la valorizzazione dello stesso. "A Bologna, come in molte altre città storiche italiane - sostiene Barbara Cerasetti, coordinatrice del progetto -, alcuni edifici o contesti architettonici di inestimabile valore meriterebbero di essere nuovamente osservati con gli occhi di archeologi esperti, capaci di produrre una documentazione più aggiornata, utile anche ai fini della tutela e della valorizzazione, dunque condivisibile con gli enti preposti a questi scopi”. Le ricerche di archivio, le immagini da piattaforme digitali remote, unite agli strumenti geofisici, come il georadar, permettono di andare oltre per provare a guardare anche quello che giace ancora sepolto nel sottosuolo, senza necessariamente effettuare altri scavi, distruttivi, onerosi e spesso problematici per la vita dei cittadini di oggi.

Al progetto hanno partecipato il Dipartimento di Scienze biologiche, geologiche e ambientali e il Dipartimento di Architettura e importanti istituzioni bolognesi, come la Biblioteca Comunale dell'Archiginnasio, la Direzione Regionale per i Beni culturali e paesaggistici dell'Emilia-Romagna, la Soprintendenza per i Beni archeologici dell'Emilia-Romagna, l’Istituto per i Beni artistici culturali e naturali, la Biblioteca d'arte e di storia San Giorgio in Poggiale, l’Archivio Cartografico.