Il progetto è attivo dal 2019 e con l'inizio di quest'anno ha ripreso la sua attività a pieno ritmo nei Pronto Soccorso dell'Ospedale Maggiore, del Policlinico di Sant'Orsola, dell'Istituto Ortopedico Rizzoli e dell'Ospedale Santa Maria della Scaletta di Imola, dando il via a una nuova fase della ricerca che approfondisce i temi delle fragilità, dell'aggressività e, più in generale, delle dinamiche relazionali nei contesti dell'emergenza-urgenza.
Una prima codifica esplorativa di 16 diari osservativi raccolti restituisce un quadro in cui la fragilità è una presenza costante, spesso silenziosa, e appartiene a due categorie: una fragilità che spesso risale a molto prima dell’accesso in PS, e una “situata”, paradossalmente acuita dalla situazione dei Pronto Soccorso.
Tutti i diari riportano come in PS siano presenti quotidianamente pazienti over 75 (in aumento proprio in queste ultime settimane a causa del caldo), pazienti con ridotta mobilità, disabilità o difficoltà cognitive e sensoriali, che rappresentano una quota notevole degli accessi. In 15 diari su 16 emergono già in sala di attesa forme di sofferenza emotiva o sociale – ansia, paura, solitudine, disagio psichico – preesistenti rispetto all’ingresso in PS.
Coloro che manifestano maggiore fragilità in questo luogo sono le persone che hanno una grande carenza di reti sociali e una distanza dai servizi territoriali presenti. Si mostra molto fragile in questo primo lavoro di ricerca anche un’altra categoria di persone: quella dei caregiver, spesso figure singole di riferimento per una persona, loro stessi con necessità logistiche e umane molto profonde.
A questo si aggiunge una fragilità che invece si sviluppa dentro il PS: la necessità di comprendere i percorsi, spaziali e diagnostici, piccole esigenze pratiche che esulano da un contesto operativo ad alta intensità, dove gli operatori sanitari sono impegnati nella gestione clinica dei pazienti. (avere un caricabatterie per il proprio cellulare, mettersi in contatto con un familiare), un grandissimo bisogno di ascolto e di essere “visti”. In 13 diari compaiono disorientamento e difficoltà nel leggere i monitor, capire le chiamate, orientarsi tra i reparti. In 9 emergono barriere linguistiche o culturali.
Sono fragilità che non si intercettano a un primo sguardo. Richiedono qualcuno che abbia il tempo di stare, di guardare, di chiedere e ascoltare in un tempo dedicato che, nel contesto del PS — caratterizzato da pressione costante e priorità cliniche — non sempre può essere garantito in modo continuativo. La presenza degli operatori OPS! risponde a queste esigenze: ascolto, orientamento e piccoli aiuti concreti che fanno da ponte tra le persone in attesa e i servizi. Le precedenti rilevazioni del progetto hanno già documentato – durante la presenza di OPS! – un aumento della percezione di ascolto e accoglienza dal 64% all'80%, e delle valutazioni positive sulla qualità delle informazioni dal 43% al 55%.